Last Goodbye

This is our last goodbye
I hate to feel the love between us die
But it’s over
Just hear this and then i’ll go
You gave me more to live for
More than you’ll ever know

Last Goodbye – Jeff Buckley

Tra i miei 16 e 26 anni mi sono spesso trovato lontano da casa, per settimane o addirittura per mesi. Ogni volta che ritornavo riuscivo ad intravedere i micro cambiamenti delle persone e delle cose che mi stavano attorno.

Essendo a Venezia le “cose” non cambiano come negli altri posti, ma le persone si, per quanto speciali i Veneziani invecchiano, si ammalano e muoiono, esattamente come tutte le altre persone, ad eccezione di Javier Zanetti e Doctor Who, che però mi dicono essere personaggi di fantasia. Di ritorno da un’assenza piuttosto prolungata incrociai una mia vicina, una signora che conoscevo da sempre. Mi fermai per salutarla e le chiesi come stava il marito.

jeff
Jeff Buckley

L’espressione del suo viso mi fece intuire che avevo appena calpestato una merda di cane XXL, indossando delle infradito, con la suola bassa. La signora con la voce incrinata dall’emozione mi disse che il marito era morto qualche mese fa, evidentemente quando io ero all’estero, mi sentii piuttosto a disagio e mi scusai.

Lei mi mise una mano sul petto, all’altezza del cuore, e mi disse una delle cose più tristi e commoventi che abbia mai sentito. Mi guardò negli occhi e con un filo di voce sospirò: “Non ti preoccupare. Vorrei essere al tuo posto, nel tuo cuore mio marito ha vissuto 4 mesi di più.” Feci un sorriso di circostanza e me ne andai, le infradito erano sparite ma al suo posto avevo un groppo in gola.

Molto tempo dopo passai davanti ad un’edicola e vidi la copertina di una rivista musicale con il bellissimo ritratto di un ragazzo, il suo nome e due date, 1966-1997. Capii da quell’immagine che Jeff Buckley non c’era più. Era Luglio inoltrato, lessi dall’articolo che il suo corpo era stato restituito dalle acque del Mississippi poco dopo inizio Giugno, a 6 giorni dalla sua scomparsa.

Jeff Buckley si trovava a Memphis da qualche settimana, dove stava scrivendo del materiale nuovo, la sua band doveva arrivare in quei giorni per entrare in studio e finalmente registrare il seguito dell’incredibile primo album “Grace”.  Nella mia testa il buon Jeff aveva passato anche quelle ultime 6 settimane tra piccoli pub, dove sicuramente aveva improvvisato qualche”gig” e parlato con i barfly del posto , e lo studio di registrazione. In cuor mio, come era successo con il mio vicino, aveva continuato a vivere qualche settimana in più.

Aspettavo con ansia il suo nuovo lavoro, avevo letteralmente consumato il CD di “Grace” e anche quello di “Live at Sin-é”, l’EP che la Sony-Columbia Records aveva fatto uscire come disco d’esordio e che io avevo recuperato nel frattempo. Quando Jeffrey Scott (questo era il suo nome completo) venne al mondo, i suoi genitori erano poco più che teenager, il padre Tim era la stella nascente della musica folk americana (ma il termine qua sta un po’ stretto), la madre Mary Guibert, era la sua fidanzata conosciuta sui banchi di scuola del liceo locale, innamorata persa di una semi divinitá che però preferì la musica alla famiglia. Il loro matrimonio non durò tanto, anzi Tim si trasferì a New York poco prima della nascita del figlio. Poco dopo ms Guibert si risposò  con tale  Ron Moorhead, che divenne la vera figura paterna per Jeff, anche se l’inquieta Mary lasciò anche lui  e continuò a cambiare casa e lavoro fino  quando Jeff, diciottenene, smise di seguire lei e il fratellastro di 6 anni più giovane.

Per gran parte della sua vita, Jeff Buckley aveva vissuto con il fantasma Tim Buckley, morto a soli 28 anni per un overdose da idiota. In realtà Jeff aveva visto il padre ben poche volte, al punto che aveva deciso di rinunciare al suo cognome in favore di quello del patrigno. Però di certi fantasmi non ci si libera facilmente, soprattutto quando si ha un talento cristallino e unico come il suo. Nel frattempo Scottie, come lo chiamerà sempre la madre, studia e suona, ovunque, con gruppi sconosciuti, sempre un po’ defilato.

Quando si trasferisce a New York dalla natia California, inizia a suonare e soprattutto a cantare da solo, in location piccole (come appunto il Sin-é), brani originali e cover, mai canzoni di suo padre, con l’eccezione di un concerto tributo dedicato a Tim Buckley nel quale, davanti ad una piccola platea ipnotizzata, canta quattro brani, incluso  “I Never Asked To Be Your Mountain” che il padre scrisse proprio per lui e la madre. Scottie Moorhead decide di cambiare nome e  riprendere il cognome del padre naturale, d’ora in avanti sarà per tutti Jeff Buckley.

Nonostante il suo talento monumentale (e gli sforzi della Sony-Columbia Records) il suo meraviglioso disco d’esordio “Grace” non vende molto bene negli USA, e nemmeno i suoi concerti sembrano attrarre molto pubblico, almeno non quanto quelli fatti in Europa (soprattutto in Francia), dove Jeff Buckley è letteralmente idolatrato.

Ma di certi fantasmi, dicevo, non ci si libera. Scrive una canzone, che uscirà solamente in un disco live postumo, “What will you say”, forse per saldare una volta per tutte il debito con suo padre, e conoscendo la sua storia, quelle parole fanno venire i brividi “It’s been such a long time / And I was just a child then / What will you say / When you see my face?”.

Però tutto questo all’epoca io non lo sapevo, per me Jeff Buckley era semplicemente un angelo caduto sulla terra, una voce che mi toccava il cuore. Sarebbe stata questione di settimane dunque, e avrei finalmente ascoltato il suo nuovo album.

E invece no, invece il giovanotto aveva avuto la brillante idea di fare un bagno di notte, interamente vestito, nelle buie acque Wolf River, un affluente del Mississippi. Molti pensarono ad un suicidio involontario, ad un modo per liberarsi dalle pressioni di una casa discografica che già vedeva per lui un futuro costellato di successi e dischi d’oro.

Nella nota scritta a mano che compare nel postumo “Sketches for My Sweetheart the Drunk “, fatto con il materiale che aveva registrato a Memphis, Jeff Buckley dice questo: “I don’t write my music for Sony, I write it for the people who are screaming down the road crying to a full-blast stereo. There is also music I’ll make that will never-ever-ever be for sale. This is my music alone, this is my true home; from which all my life will spring untainted and unworried fully of my own body”.

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Jeff con la madre

Probabilmente tra la musica che Jeff non avrebbe mai voluto vendere c’è anche qualcuno dei brani che escono negli anni successivi la sua scomparsa.

In mancanza di moglie e figli, è la madre di Jeff Buckley che si occupa del suo lascito artistico, recupera con le buone o con le cattive le varie registrazioni Live, e fa uscire un paio di CD decisamente discutibili dal punto di vista tecnico, ma dei piccoli tesori per tutti i suoi fan rimasti orfani, come me.

Ad un certo punto escono anche la versione dopata di “Live at Sin-é” e di “Grace”, con brani inediti e versioni alternative che, se le acque del Mississippi non avessero inghiottito Jeff, probabilmente non sarebbero mai state pubblicate. Provate ad ascoltare “The Other Woman”, oppure la versione live di “If You Knew” o la splendida cover di “Sweet Thing” di Van Morrison, per capire dove Jeff Buckley riesce a portarti, e pure quando canta in un Parsi (o pashtun) approssimativo “Yeh Jo Halka Halka Saroor Hai” la sua voce ti tocca il cuore.

Per anni ho rincorso qualsiasi autore che di volta in volta i critici avvicinavano a lui, come chi cerca nelle passanti lo sguardo dell’amata perduta per sempre, per poi accorgermi che era solamente un’illusione, e finire per riascoltare per l’ennesima volta “Grace”.

Ma se la morte prematura di Jeff Buckley mi ha confermato che dio non c’é, o almeno un dio con un gusto musicale decente, ogni volta che lo sento cantare, mi viene il dubbio che forse gli angeli esistano per davvero.

Era oggi, il 29 Maggio, quando il Wolf River decise di tenere tutto per sè, e per sempre, il talento di Jeff Buckley.

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