Gli ultimi giorni di Pompeo

– Dicono che l’Italia è il settimo paese industrializzato.
– Vedi un po’ Bitonto a che posto sta?

Vignetta di Andrea Pazienza

Della mia passione da ragazzino per il tennis ho già scritto. Ma giocare da solo contro il muro non era un’attività esclusiva degli adolescenti. Vicino a casa mia c’era un tipo di Bolzano, Luca, uno studente di architettura che viveva con un cane lupo e passava gran parte delle giornate a sfidare il muro dell’ex caserma nel Campo dei Gesuiti, a Venezia, edificio allora abbandonato ed adesso residence universitario misto attività ricettiva.

Penso avesse circa dieci anni più di noi, era un tipo simpatico, con una parlantina da cantastorie, quando eravamo nei paraggi prendeva una pausa e iniziava a raccontarci aneddoti strambi, storielle incredibili. Ogni tanto, per ravvivare i match con il muro, si portava pure il cane, perciò doveva correre il doppio per impedire che il suo pastore tedesco prendesse la pallina prima di lui, dopo le prime volte Luca aveva ben pensato di portare un paio di palline, visto che il cane si muoveva al doppio della sua velocità. Un altro intoppo alle sue solitarie partite di tennis erano i tossici della zona, infatti il muro della ex caserma era pieno di mattoni mancanti e intercapedini, dove i pusher di turno lasciavano le dosi, così di volta in volta Luca doveva fermare i palleggi per dare il tempo agli eroinomani nostrani di infilare le mani nelle fessure del muro e recuperare le bustine. All’inizio c’era stata qualche tensione, ma una delle doti migliori del tipo era la pazienza e la costanza, e alla fine li aveva convinti che potevano benissimo convivere, lui continuava a palleggiare, interrompendosi quando era il caso, promettendo però che non si sarebbe mai avvicinato troppo al muro.

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Campo dei Gesuiti, Venezia, teatro delle solitarie partite di tennis di Luca.

I suoi modi estremamente amichevoli con i ragazzini come me e il mio amico avevano messo in allarme i miei genitori, per noi era un altro adolescente, quasi un nostro coetaneo, con la differenza che lui aveva un cane lupo e che studiava all’università, e noi no, ma per gli adulti il suo comportamento era sospettoso.

Alla fine andarono a parlarci, e dopo il CTC (Comitato Tossici Cannaregio) Luca riuscì a convincere pure i miei genitori, che lo bollarono come innocuo. Come dicevo adorava raccontare storie, e tutto sommato se “per stupire mezzora basta un libro di storia” lui era capace di incantare due dodicenni per interi pomeriggi. Mi ricordo ancora di quando ci spiegò nei minimi dettagli di un fatto di cronaca avvenuto a Bologna un giorno d’estate di un non meglio precisato anno.

Per farla breve l’episodio era crudele abbastanza per impressionarmi (se me lo ricordo dopo oltre 30 anni un motivo ci sarà), riguardava tre teppisti che una notte avevano incendiato un collegio femminile con le studentesse chiuse dentro. Una storia terribile, di una crudeltà senza senso che nemmeno Luca era stato in grado di spiegare. Anche se in apparenza il “cazzeggio” (tennis contro l’ex caserma, passeggiate con il cane e chiacchiere con ragazzini) era la sua attività principale, Luca riuscì a laurearsi, e la sua presenza lentamente sfumò e lasciò Venezia qualche anno dopo.

Giovane pazienza
Un giovanissimo Andrea Pazienza

Verso i miei 16 anni iniziai a leggere molti fumetti, sia quelli della Marvel, e quelli del Lanciostory (che scroccavo a mio padre), ma anche altre cose che venivano pubblicate su Comic Art, Alter, Linus e Corto Maltese (la rivista). Inevitabilmente finii per conoscere e innamorarmi dei fumetti di Andrea Pazienza, cercando di non perdere nulla delle cose nuove che faceva e recuperando ogni tanto qualche vecchia produzione.

Un giorno mi ritrovai tra le mani una delle avventure di “Zanardi”, il bad boy per eccellenza, uno dei vari alter ego di Andrea Pazienza, e quella storia (Zanardi e i suoi amici che appiccano il fuoco ad un collegio femminile) mi suonò più che famigliare, e poi mi venne in mente non solo quando ma dove Luca mi aveva raccontato quello che lui aveva spacciato come fatto di cronaca. Eravamo vicino a casa mia, sotto un nizioleto (per i non veneziani, lo spazio bianco sulle case dove viene riportato il nome delle strade).

Come Roger “Verbal” Kint, aka Keyser Söze, de “I soliti sospetti”, Luca si era fatto ispirare da quello che vedeva in quel momento facendo passare per una storia vera uno degli episodi di Zanardi. Devo dire che fu molto convincente.

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Il nizioleto ispiratore

La notizia della morte di Pazienza arrivò inattesa e dolorosa, mi ricordo il faccione del suo grande amico Mollica (niente di più lontano dal mondo di Pazienza a pensarci bene) al TG, incredulo e quasi in lacrime. Ancora non avevo visto molte cose fatte da Pazienza, così in quei mesi ruscii a saziare la mia astinenza leggendo tutto quello che era pubblicato, incluso “Gli ultimi giorni di Pompeo”.

Un libro crudele e schietto, che leggi tutto di un fiato, sempre con un disagio di fondo, perchè sai che molto di quello che Pazienza racconta con la sua solita mano ispirata è la sua storia, Pompeo è Andrea Pazienza e Andrea Pazienza è Pompeo. Inutile che ve lo racconti, qualche pazzo ha messo tutto il libro on line, potete leggerlo cliccando sul link qui sotto, ma vi consiglio di comprare la versione cartacea.

Gli ultimi giorni di Pompeo

(s p o i l e r a l a r m !)

Alla fine del libro Pazienza suicida Pompeo, un gesto liberatorio, che non ha bisogno di un esperto di psicanalisi per essere capito. Eppure quella morte su carta, che probabilmente voleva esorcizzare quella vera non basterà per placare i demoni di un artista poco più che trentenne.

La postfazione de “Gli ultimi giorni di Pompeo” sono la quintessenza dell’arte di Andrenza, una mano straordinaria (guardate quella balestra), una scrittura brillante, divertente, con un fondo di malinconia e di dolcezza, di un quasi trentenne che aveva bruciato la candela da tutte e due le estremità.

“….Però (di però ce ne possono essei i pacchi) non ho mai pensato al soldo, mentre disegnavo, casomai subito prima, o subito dopo, mai durante. Voglio dire che alla fine ho sempre fatto quel che ho voluto, senza badare acchè ‘ste cose si potessero poi rivendere di su e di giù. Ora che vivo in campagna i ragazzi di qui mi chiamano “vecchio Paz” e, faccio per dire, ho ventinove anni.”

Andrea Pazienza

E ogni 16 Giugno arriva troppo presto.

Ciao Paz.

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