Pink Moon

Saw it written and I saw it say
Pink moon is on its way
And none of you stand so tall
Pink moon gonna get ye all
And it’s a pink moon

Pink Moon – Nick Drake, 1972

Nick Drake

Da ragazzo, mentre frequentavo le scuole superiori, invidiavo quelli che a casa avevano “Lo Stereo”: piatto tedesco, casse svedesi, amplificatore giapponese, il tutto per una cifra inarrivabile per le mie misere entrate annuali.

C’è da dire che a volte l’impianto se lo ritrovano grazie a fratelli maggiori, altre volte a quell’altare di tecnologia venivano immolati vinili ignobili, da Baglioni a Phil Collins.

In quegli anni investivo in dischi (ma questo ormai lo sapete già) che ascoltavo sul giradischi italiano di mio padre. Dopo molto tempo riuscii ad acquistare un piatto da un mio amico, che stava passando ad un modello successivo, ma questo non mi bastava.

Finito il servizio militare trovai un lavoro per le vacanze di Natale presso un rifugio dalle parti di Cortina, i proprietari erano un ampezzano D.O.C. e sua moglie, una furlana che odiava i comunisti solamente meno delle tasse (anche se ai suoi occhi erano la stessa cosa). Lavoravano 16 ore al giorno, e noi con loro. Io stavo in cucina a fare lo sguattero, giusto per ricordare i miei tempi a Los Angeles, solamente che in quel rifugio la cucina si lavava 2 volte al giorno, nella splendida California non mi ricordo di averlo fatto più di una volta a settimana.

Alla fine tornai con un certo gruzzoletto, avevo lo stereo nuovo (quasi, di seconda mano) ma mi mancava la piastra, ovvero l’apparecchio per ascoltare e registrare le cassette.

Per una volta decisi di puntare al meglio, sempre con un occhio alle mie finanze, e acquistai una fiammante doppia piastra dell’AIWA da Barera, uno dei più prestigiosi negozi di stereofonia di Venezia (adesso credo sia diventato un negozio di scarpe).

Con questa a doppia piastra potevo non solo passare i vinili su nastro, ma addirittura duplicare tutte le cassette che volevo e, attenzione, pure a doppia velocità.

A questo punto  fare una confessione, ognuno ha un segreto oscuro nel proprio passato musicale, il mio è una certa ammirazione per i Queen, anche se a mia parziale discolpa c’è da dire che mi ero fatto incantare dalle gesta di Christophe Lambert in “Highlander”, e di conseguenza dalla colonna sonora di quel film.

Scuse a parte cercavo in qualche modo di recuperare tutta la loro musica, così un mio amico mi prestò una C90 (per quelli nati dopo il 1985, trattasi di una cassetta con nastro magnetico che può contenere fino a 90 minuti di musica totali divisi su due lati, di norma sufficiente per registrare un LP per lato), con un disco dei Queen sul lato A, e qualcun altro sul lato B.

La cassetta mi arrivò posizionata sul lato B, cioè per ascoltare i Queen avrei dovuto riavvolgere il nastro. Mettici la pigrizia, e un po’ di curiosità decisi che visto che c’ero, quel tizio registrato per riempire la C90 potevo pure ascoltarlo.

Non potevo sapere in che abisso di dolce malinconia mi sarei cacciato.

Voce e chitarra che più semplici e più complesse al tempo stesso non possono essere, 11 perle che sembrano fotografie in bianco e nero, avvolte nella nebbia inglese, e una sola canzone, “Pink Moon”, con poche note di pianoforte suonate dallo stesso Drake, pianoforte che appare per pochi secondi per non ritornare più per tutto il disco, note come macchie di colore, che da sole valgono l’intera discografia di Mango (pace all’anima sua).

Ventotto minuti, o poco più, Miruts Yifter riusciva a correrci tranquillamente i 10.000, fare il giro d’onore con la bandiera sulle spalle e farsi fotografare. Io in quella scarsa mezz’ora di Nick Drake mi ci persi, finito il nastro lo riavvolsi (Queen chi?) e lo ascoltai di nuovo.

Da dove diavolo sbucava questo tizio? Dove si era nascosto per tutto questo tempo?

Scoprii dopo che Nick Drake era un ragazzone inglese timido, alto quasi 2 metri, che aveva fatto in tempo a registrare 3 dischi, incredibilmente passati tra l’indifferenza  dei suoi contemporanei, prima di decidere di andarsene un pomeriggio di Novembre, a 26 anni.

All’epoca era ritornato ad abitare con i genitori, dopo le delusioni della sua vita d’artista a Londra, una sera salì nella sua cameretta, mise sul giradischi i concerti brandeburghesi di Bach e ingoiò una manciata di antidepressivi.

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NIck Drake da bambino con la madre

Ricordare Nick Drake come un semplice suicida depresso è riduttivo, lo so, ma per molti è la scorciatoia per cercare di capirlo, uno che scriveva canzoni del genere non poteva che finire in quel modo, come uno sconfitto qualsiasi.

Io credo che invece che il suo suicidio sia stato un caso, un finale di romanzo altrimenti meraviglioso, scritto in fretta e male. Il fatto che la sua musica sia stata ignorata mentre era in vita è un’altra casualità, a volte le cose funzionano, a volte no.

Rodriguez dopo due capolavori fallimentari tornò a fare il muratore, mentre in Sud Africa diventava un mito, e aspettò la gloria (ammesso davvero l’aspettasse) per 40 anni, forse Nick Drake sarebbe diventato un noioso professore di Letteratura Inglese, e magari una leggenda metropolitana in Cile.

La sua musica non era troppo avanti per i suoi anni, semplicemente era altrove, ed è proprio li, altrove, che bisogna andare per ascoltarlo.

Degli insuccessi dei suoi concerti, della sua incredibile tecnica e della sua malinconica breve vita potete leggere sulla pagina di wikipedia, c’è tutto quello che serve per conoscerlo. Ma fino a quando non lo ascolterete, magari su di una vecchia cassetta, probabilmente non lo capirete mai. Delle volte si incontrano capolavori per sbaglio, nascosti sul lato B di una C90, dopo aver attraversato cucine a Cortina, negozi di stereofonia che non esistono più e doppie piastre (ora) obsolete.

Come direbbero i Queen: “It’s a kind of Magic”.

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