Quindici Mondiali

Una volta un mio amico mi confessò di essersi sentito vecchio quando, sfogliando l’album Panini, si era accorto che quasi tutti i calciatori erano più giovani di lui. Io gli dissi che fino a quando avesse continuato a sfogliare un album Panini, non sarebbe mai diventato vecchio per davvero.

In realtà la vera età di un uomo (italiano) si capisce dal numero di Mondiali di calcio che riesce a ricordarsi, basta contarli come i cerchi nei tronchi o le piastre sul carapace delle tartarughe, l’importante è ricordarsi che il rapporto è “1=4”.

Il nonno di un mio amico era nato nel 1898, da grande appassionato di calcio si ricordava di ogni singolo Mondiale del quale era stato testimone, e parliamo di molti campionati, incluso il primo, quello svoltosi in Uruguay nel 1930.

L’Italia non partecipò a quei Mondiali, perciò tutto sommato non credo che avesse grande memoria di quelle partite, i cui resoconti arrivavano spesso con mezze giornate di ritardo.

Però a partire dal Mondiale successivo tutto cambiò, si ricordava con orgoglio dei due Campionati vinti dalla nazionale guidata da Pozzo, nel 1934 e nel 1938, soprattutto quest’ultimo, vinto in casa degli odiati “cugini” francesi.

Del 1950 aveva un ricordo sbiadito, un po’ come la nostra Nazionale di quel Mondiale. Il nostro calcio doveva ancora riprendersi dalla tragedia del Superga avvenuta l’anno prima, quando la scomparsa del grande Toro portò via anche 9 titolari della nazionale.

I nuovi giocatori si rifiutarono di prendere l’aereo per andare in Brasile e intrapresero un estenuante viaggio in nave. Il piano era quello di sfruttare la traversata per allenarsi, ma in pochi giorni, uno ad uno tutti i palloni finirono in acqua e così la preparazione andò a farsi benedire. In Cheba (per gli amici non veneziani, un patronato per soli ragazzi con il campo da calcetto che costeggiava le Fondamente Nove, direttamente sulla Laguna Nord) il problema del “pallone a mare” era stato risolto con un retino legato ad una pertica di 5/6 metri, intuisco che non ci fosse nessun veneziano nella spedizione di quei Mondiali.

Nel 1954 il viaggio non fu un problema, visto che si giocava in Svizzera, ma con sommo dolore dei nostri emigranti, l’Italia non brillò, iniziando una parabola discendente che toccò il fondo con l’esclusione dalla fase finale in Svezia quattro anni dopo.

In compenso però i Mondiali Svedesi del 1958 videro l’esordio di un protagonista che diventerà l’assoluto dittatore di questa manifestazione: la TV.

Davanti a si tanta tecnologia i tifosi assistettero increduli alle imprese di diciottenne di colore, i rari tubi catodici restituirono un Brasile fantascientifico, con un tridente in attacco formato da Pelè ed altri due giocatori “bisillabi”, Didì e Vavà.

L’Italia tornò ai Mondiali Cileni del 1962, la squadra non era eccezionale, in più trovò sulla sua strada i padroni di casa e un arbitro non proprio imparziale, le radiocronache dipinsero la sconfitta decisiva contro il Cile con rabbia e rassegnazione.

Non so se il nonno del mio amico se la prese, ma avrebbe avuto modo di arrabbiarsi con gli interessi quattro anni dopo, quando in Inghilterra l’Italia fu sbattuta fuori da un presunto dentista Nord Coreano (e comunista).

Nel 1970, il giorno dopo la finale persa a Città del Messico contro il Brasile di Pelè, i tifosi italiani si divisero a metà, tra chi aveva capito l’impresa della nazionale (pochi) e quelli che erano rimasti delusi dalla sconfitta finale (la maggior parte).

I giornali dell’epoca raccontano dei numerosi tifosi inferociti che accolsero la spedizione azzurra appena atterrata con lanci di pomodori e altra verdura.

Burgnich che marca Pelè, da notare la coscia destra di Tarcisio
A vedere oggi le immagini della finale, con Pelè che sale in cielo, si ferma un attimo e segna di testa mentre Tarcisio Burgnich (non Chiellini) è già atterrato da 5 minuti, ho l’impressione che quei tifosi no avessero capito contro chi, anzi, contro cosa l’Italia avesse perso quella partita.
Il nonno del mio amico visse ancora a lungo, amando il calcio sempre grande passione, se ne andò nel 1995, prima del Mondiale di Francia, ma non penso che gli importasse poi così tanto, in fin dei conti, lui un Mondiale in Francia l’aveva già vinto, sessanta anni prima.

Qualche anno fa il mio amico mi raccontò quello che capitò l’indomani della finale persa dall’Italia a USA 94, contro il Brasile, quando Baggio sbagliò uno dei 3 o 4 rigori di tutta la sua carriera, calciandolo ben oltre la traversa.

Il nonno abitava con loro, non vedendolo scendere per far colazione, il mio amico andò a bussare alla porta della sua camera e quando entrò lo trovò seduto sul letto ancora (o già) fatto, vestito esattamente come la sera prima, con le mani sulla testa.

Quando si accorse del nipote, scosse la testa e con gli occhi umidi disse con un filo di voce: “Sui copi lo gà tirà, sui copi ” (ndt “Sui tetti l’ha tirato, sui tetti.”).

Rigore Baggio
Triste, solitario y final. Roberto Baggio

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