Il giuoco del calcio così come si praticava a Cannaregio, Venezia.

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Sempre più vicino
Sempre più vicino

Sempre più vicino – Casino Royale

Non ho mai capito perché non abbiano avuto il successo che avrebbero meritato, eppure quel loro album mi era sembrato perfetto. Colpa di una casa discografica poco influente? Oppure semplicemente il pubblico italiano non era pronto per quel sound?

Sta di fatto che “Sempre più vicini” dei Casino Royale è il più bel disco degli anni ’90, pubblicato esattamente a metà di quel decennio trasporta la band milanese, attiva da fine anni ’80, fuori dei limitati orizzonti dello ska. Nel disco le due anime del gruppo, la voce calda e stilosa di Giuliano Palma e quella nervosa e sperimentale di Alioscia si uniscono in modo equilibrato e sorprendente, metteteci poi la produzione UK super hype e il risultato è un lavoro straordinario, forse fin troppo avanti per i gusti italiani.

Quando lo ascolto la prima volta resto un po’ spiazzato, poi decido di dargli un’altra  possibilità, e mi faccio fregare. All’epoca ho un vecchio walkman dell’AIWA, per quasi un mese di seguito sacrifico qualche coppia di Duracell per ascoltare in loop la cassetta C60 con la copia di “Sempre più vicini”, fino a quando decido di comperarmi il CD.

A 20 anni di distanza ho ancora quel CD  ma, come tanta altra della mia musica, è stato trasformato in bytes da dare in pasto ai vari iPod accumulati nel tempo.

Torno a casa dal lavoro, la strada è sempre la stessa, da un po’ però ci sono turisti anche nelle zone più nascoste, come quella nella quale abito. Li invidio, chissà come è vedere Venezia per la prima volta, con i suoi canali calmi, gli intonaci delle case di colori diversi ma in fondo uguali, le chiese, le calli sghembe e i campielli minuscoli.

Agosto è quasi finito, non lo diresti dal caldo, che è sui livelli afosi e soffocanti di Luglio, ma lo capisci dalle giornate che stanno diventando sempre più corte.

Indosso un paio di cuffie che mi coprono le orecchie, e pazienza se con il caldo non sono molto pratiche, la musica (quella buona almeno) merita qualche sacrificio.

Sto attraversando la ruga sotto casa mia (per i non veneziani ruga è l’altro nome usato per calle, di solito però riferito ad una strada con negozi, probabilmente dal francese rue. A volte, come in questo caso, si tratta di una strada piuttosto larga) quando Giuliano Palma mi sussurra alle orecchie che “Sono sul fondo e scavo ancora / Sono giù / Lasciami stare non ci pensare / Comunque vada lascia che la pioggia cada su di me”.

La Ruga e i suoi due pozzi
Sono così rapito dalla sua voce che non mi accorgo nemmeno del pallone che mi sfiora la testa, quando tocca il muro e mi finisce tra le gambe riesco a malapena a stopparlo, mi racconto una bugia e mi dico che 10 anni fa sarebbe stato più facile.

Una voce esclama “Ci scusi, Signore!”, mi giro e vedo un ragazzino con tuta, maglia a maniche lunghe e guanti da portiere, dietro ce n’è un altro, per fortuna in pantaloncini e t-shirt, visto il caldo che fa. Buffo sentire dei ragazzi tanto devoti, ma quando il portiere mi dice : “Ci passa la palla, signore?”, capisco che il “signore” in questione non è il tizio che abita nell’alto dei cieli, ma sono io. Vedo riflesso la mia immagine su di una finestra a pianoterra, e ammetto che anche io a 12 anni avrei chiamato signore questo buffo omone con cuffie e shorts. Non mi incazzo, come potrei? Non vedevo giocare a pallone in Ruga da anni, davanti ad una visione del genere non posso che essere felice.

Mi sento  come un ornitologo che si imbatte in una coppia di dodo, invece a quanto pare i bambini che giocano in strada a Venezia, se pur rarissimi, non sono del tutto estinti.

Com’è potuto succedere una cosa simile? Dove sono spariti tutti i bambini di Venezia? Forse la favola adesso dovrebbe chiamarsi “Il Pifferaio di Cannaregio” e non “Il pifferaio di Hamelin”.

Eppure a fine anni ’70 le cose  erano completamente differenti, a raccontarlo adesso sembra sia passato un secolo e forse è così, magari 35 anni di veneziano corrispondono a 100 di essere umano, perché il mondo che popola i miei ricordi a volte non è neppure vintage, sembra uscito direttamente dalle pagine di un libro di Dickens.

La quantità di ragazzini che passava i pomeriggi per strada era tale che capitava di dover aspettare il proprio turno per poter giocare a pallone, quando neppure bastava la versione extra large della ruga, quella che contemplava l’estensione del campo oltre al secondo pozzo e l’utilizzo di una borsa o di una maglia a segnare il palo esterno (l’altro era dato dal muro).

Non avendo le macchine, le strade di Venezia  erano (e sono) piuttosto sicure, ma non del tutto prive di pericoli, che principalmente per i ragazzini impegnati nel giuoco del pallone erano quattro, catalogabili in due costanti e in due che potevano variare in base al luogo utilizzato per giocare.

Il primo dei due pericoli costanti erano le merde dei cani che decoravano con imprevedibili simmetrie i masegni (per i non veneziani, i masegni sono le pietre di trachite che ricoprono la quasi totalità delle strade di Venezia). Prima o poi la palla inevitabilmente atterrava su questi souvenir beige. Onde evitare di sporcarsi le scarpe o gli indumenti, il primo che se ne accorgeva urlava “tre” (in NBA ora usano time out, ma il concetto è lo stesso) e puliva il pallone sul muro. La scomparsa di questi affreschi color marrone dai muri di Venezia è un altro segnale che il numero di bambini che gioca a calcio per strada è crollato negli ultimi anni.

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Il Tango, nella versione di gomma della Mondo s.p.a.
Il secondo dei pericoli costanti era l’arrivo dei ghebi, ovvero i vigili (per i vigili che leggono il post, mi scuso per l’accostamento merda-vigile, ma all’epoca le due cose andavano a braccetto). Di norma avvisati da qualche vecchietta (Così una vecchia mai stata moglie / senza mai figli, senza più voglie / si prese la briga e di certo il gusto etc etc) esasperata dal chiasso dei bambini e dai tonfi del pallone, i vigili arrivavano volutamente con flemma, abbastanza da permetterci di scappare, facendo al tempo stesso felice la vecchietta e non creando a noi danni economici. Questo di norma, ad un certo punto però le cose cambiarono, iniziarono a girare un paio di vigili che evidentemente erano stati addestrati dall’esercito israeliano e conoscevano la guerra dei Sei Giorni a memoria.

Allora iniziarono i guai.

La retata storica, paragonabile per noi al massacro di Wounded Knee, avvenne un giorno di primavera. La Ruga era strapiena di bambini, forse 14,  gran parte delle giacche poggiate su di un pozzo e il resto a formare l’altro palo. I due vigili arrivarono separati, uno dal lato del canale, l’altro dal lato opposto, appena il ragazzino di vedetta (quello che di solito giocava de tocio, letteralmente di sugo, ovvero per finta in quanto più piccolo e/o più scarso degli altri) urlò ghebi!! ci fu il fuggi fuggi generale. I ghebi non accelerarono nemmeno il passo, semplicemente presero le giacche e spiegarono ai ragazzini che se le rivolevano indietro dovevano farsi identificare e farsi consegnare la multa d’ordinanza.

Io non ero della partita perché, fortunatamente, in  ritardo. Vidi la scena da un ponte, sembrava una tonnara di Mazzara del Vallo, ma con i tonni rassegnati. Uno ad uno tutti i ragazzini  recuperarono la giacca e la multa in allegato, tutti tranne uno che, con un sangue freddo invidiabile, rimase tutto il tempo in piena vista seduto sulla base del pozzo, in silenzio, e si alzò, sempre in silenzio, solamente quando i due vigili tolsero il disturbo.

Devo ammettere però, che se pur scocciati dal dover sborsare i soldi per pagare la multa, non ho mai sentito nessun genitore lamentarsi dei vigili. Certo, non li apprezzavano, ma le regole erano quelle, se si infrangevano c’era il rischio di beccarsi una multa, chi sbaglia paga, punto. Rispetto dei ruoli, rispetto delle leggi, responsabilità verso i propri errori.

Cosa sia successo in questi  decenni Dio solo lo sa, ma se i genitori non dimostrano di rispettare le leggi, mi sembra normale che prima o poi i propri figli smettano di rispettare loro. 

Il primo dei due pericoli collegati al luogo scelto per praticare il giuoco con la palla era la perdita del pallone in acqua. Spesso il campo aveva un lato delimitato da un canale, non sempre protetto dal muretto, e quando il pallone finiva in acqua le opzioni si limitavano a due: montare su qualche barca ormeggiata nelle prossimità della palla e cercare di recuperarla con mezzi di fortuna, oppure aspettare il passaggio di qualche mezzo natante e apostrofare il conducente con un “Maestro” nella speranza che questa forma di rispetto lo convincesse a fermarsi e a recuperare la palla. Ci sarebbe stata una terza possibilità, quella di usare una volega (un retino attaccato ad un lungo bastone) per recuperare la palla, alla maniera della Cheba (vedi questo post), ma nessuno si era mai attrezzato per un’eventualità del genere.

Il secondo dei pericoli variabili era sempre legato alla perdita del pallone, questa volta non in canale, ma dentro qualche cortile separato dal campo di giuoco da altissime mura. Se la palla finiva li dentro non ci restava che farci il segno della croce ed improvvisare una colletta per acquistarne una di nuova. Ogni cortile aveva una sua creatura mitologica, poteva essere un canide di dimensioni varie, spesso simile a quelle di un lupo mannaro, oppure una signora di una certa età, compassionevole come la strega di Hansel e Gretel. Il risultato era comunque lo stesso, un latrato terrificante oppure un urlo vendicativo, seguito dall’inequivocabile rumore di un pallone che si buca, in entrambe i casi dovuto ad un morso (anche se più probabilmente la vecchietta usava un ferro da calza o delle forbici).

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Dietro la rete, uno dei campi di sterminio dei palloni.
A volte, come gesto estremo di scherno, il pallone tornava indietro da quel luogo di terrore, volando sopra le mura e atterrando sui masegni esanime, come un uccello ferito a morte.

Non c’erano adulti, arbitri o maestri, ma riuscivamo ad autogovernarci. Bastava stabilire le regole base, come fissare l’altezza della traversa inesistente (più o meno una spanna sopra la gittata delle braccia del portiere, impossibile perciò eseguire pallonetti),  segnare la linea invisibile che divideva le due metà del campo e che determinava “l’oltre” (ovvero il limite dal quale non si poteva tirare se a priori si decideva che il gol non valeva “da oltre”), e  decidere se fosse permesso oppure no il “battimuro” (cioè se si poteva fare triangolo con il muro facendoci rimbalzare la palla e superando l’avversario), poi tutto scorreva in modo più o meno tranquillo  (considerando i quattro pericoli sopra elencati).

Lungi da me pensare che i bambini di allora fossero più felici di quelli di adesso, lo pensiamo semplicemente perché quei bambini eravamo noi. Siamo sempre di più ossessionati dal passato (e se lo dice Il Poltronauta, fidatevi), visto come una specie di “Golden Age”, oppure proiettiamo così tanto le nostre ansie su di un futuro che ci immaginiamo sempre scuro e difficile,  che a volte ci dimentichiamo di vivere il presente, come scrive David Lindsay nel suo libro “Voyage to Arcturus”  (un mix bizzarro tra fantapolitica e fantascienza quasi steam punk):

“Always buried in the past or future—systematically ignoring the present—and now it turns out that apart from the present we have no life at all”.

Giuliano Palma continua a cantare, io ho la palla sotto la suola del piede destro, la faccio scorrere sulla punta del piede sinistro fino a farla alzare, la colpisco piano al volo di piatto e la faccio finire tra le braccia del portierino. Vado verso casa, verso il mio presente fatto di piatti da lavare e panni da sistemare, i ragazzini mi guardano stupiti e mi ringraziano, “con l’aria di due che hanno trovato qualcosa, volevo abbracciarli ma non mi veniva una scusa”, come cantava Paolo Conte, anche se io una scusa per abbracciarli l’avevo trovata.

A tutti i miei amici, compagni dei miei lunghi pomeriggi in strada, ovunque vi troviate ora, spero siate riusciti a restituire almeno metà della poesia che quei masegni ci hanno regalato.

“Hashanà haba’a b’Cannaregio” “L’anno prossimo a Cannaregio”.

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6 commenti Aggiungi il tuo

  1. nicoletta ha detto:

    bello, come al solito, poetico e un po’ struggente, ma se scende una lacrimuccia è sempre accompagnata da un grande sorriso

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  2. Michele ha detto:

    Davvero un tuffo nel nostro passato in campo! Solo dimentichi i negozianti, che al primo rimbalzo sulla saracinesca urlavano con le forbici in mano “vara che ve’o sbuso chel ba’on!”

    …come mai l’ebraismo finale?

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    1. Il Poltronauta ha detto:

      In realtà l’urlo vedicativo della vecchietta era proprio “adesso ve abuso el ba’on!”, bravo! 🙂 Nel mio caso non c’erano negozianti dove giocavamo, per questo li ho omessi, grazie per averlo ricordato.In merito all’augurio in ebraico, è il modo in cui si salutano gli ebrei durante la Pessach. Nella mia testa molti veneziani costretti all’esodo (inclusi i miei compagni di strada) sono come gli ebrei della diaspora.E il mio augurio è che l’anno prossimo (un giorno futuro insomma) si possa tutti tornare a casa (Gerusalemme o Cannaregio)

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    2. Ferdinando Piezzi ha detto:

      Forse per la presenza del Ghetto a Cannaregio

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  3. Emanuele ha detto:

    Grazie! Un tuffo nel passato fatto di tanti bei pomeriggi passati a calciare il pallone insieme a tanti amici, la maggior parte persi per strada… Il mio “Stadio” era campo San Canciano, il periodo direi ’72 / ’80…

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    1. Il Poltronauta ha detto:

      Grazie a te Emanuele! Se non mi ricordo male a San Canciano c’è un sotoportego che sembra fatto apposta per essere una porta da calcio, con tanto di pali, traversa e ovviamente l’incrocio! Ho sempre invidiato chi giocava in quel campo proprio per quello.
      Tutta quella felicità e tutta quella magia accumulate in quegli anni a calciare una palla dovrebbero bastare per due vite, o no? 🙂

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