Musi-o-tunya

“Dr Livingstone, I presume?”

H.M. Stanley incontrando David Livingstone,
10 Novembre 1871

Mia zia aveva una gatta soriana chiamata Perla, abitava nell’appartamento a fianco al mio, assieme a mia zia. Per capirsi erano coinquilini, la gatta e la zia. Come tutti i gatti era curiosa, e ogni tanto approfittando del fatto che le porte dei due appartamenti erano aperte, mi faceva vista, la gatta intendo, ma anche la zia.

Arrivava tranquilla e se ne stava zitta, intendo sempre la gatta, non la zia, lei invece parlava. Tutto sommato non mi dava fastidio, faceva un paio di giri, controllava che tutto fosse a posto e se ne tornava a casa sua, sto sempre parlando della gatta. Facciamo così, per evitare confusioni tutto quello che scrivo in questo post si riferisce alla gatta.

Ogni mese, ma in rare occasioni anche ogni 2 settimane, facevo visita (io da solo, non con la gatta e nemmeno con la zia) al mini negozio di dischi che da poco aveva aperto vicino a casa mia, specializzato in Reggae (indovinato, il negozio ha chiuso da anni e adesso al suo posto c’è un’agenzia immobiliare, da rendere il tuo spirito libero con la poesia di Jah a legarti ad un mutuo MacLeod il passo è stato breve).

Compravo dischi quasi a caso, riuscivo a recuperare qualche informazione in giro, ma sostanzialmente andavo li, mi facevo ispirare dai nomi e dalle copertine e spendevo le mie 15.000 lire.
Jah mi proteggeva, alla fine devo aver preso giusto un paio di “bidoni”,  se nel calcio mercato dell’Inter Moratti avesse avuto la mia stessa guida spirituale, avrebbe vinto “triplete” ad anni alterni.

Un giorno uscii da quel negozio con il vinile di Musi-o-tunya dei Misty in Roots, una band Inglese che conoscevo solamente di nome e non avevo mai ascoltato prima, ma la copertina di quel disco mi ispirava, anzi, per stare in tema, emanava vibrazioni positive.

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Vinile di “Musi-o-tunya” deo Misty in Roots

Arrivato a casa me lo ascoltai un paio di volte di seguito, fronte e retro, “roots” allo stato puro, il nome del gruppo non mentiva. Il basso usciva dalle casse creando una specie di ragnatela sonora, che mi intrappolava, senza che io facessi troppa resistenza. La voce di Delvin “Duxie” Tyson, meno potente e meno carismatica di quella di Burning Spear, cantava di queste cascate magnifiche, tra lo Zambia e lo Zimbabwe.
I Misty in Roots erano la band politicamente più impegnata del reggae UK, meno esplosivi degli Steel Pulse e meno famosi degli Aswad, ma forse i più coerenti. Avevano occupato uno stabile a Southall trasformandolo in una specie di centro sociale. Sempre in prima linea contro il razzismo e la febbre fascista che aveva colpito il Regno Unito negli anni ’70, avevano pagato di prima persona le loro posizioni antigovernative, durante una marcia contro il National Front, il partito ultranazionalista che a fine anni ’70 stava diventando il riferimento di tutti i bianchi razzisti inglesi, un ragazzo del loro entourage, tale Clarence Bake, fu picchiato quasi a morte dalla “Celere” Londinese (SPG).

Disgustati dalla situazione politica del Regno Unito, che era pure peggiorata con l’arrivo della Thatcher, ad inizio anni ’80 si erano trasferiti in Zimbabwe, seguendo il sogno di ogni rasta che si rispetti: il ritorno in Africa.

Qui presero una delle tante fattorie abbandonate dai farmer bianchi in fuga all’indomani dell’ascesa di Mugabe e crearono una comune. Rimasero in Zimbabwe quasi un anno, ma non vi si stabilirono per sempre, forse lo stato di terrore creato da Mugabe non era esattamente quello che si aspettavano dalla terra promessa. Fecero spola tra l’Africa e l’Europa per tutto il decennio successivo, fino a quando nel 1992, durante un tour in Africa Occidentale, Delvin “Duxie” Tyson pensò bene di fare un bagno nel’oceano del Ghana, sparendo tra le onde.

Ma in quel primo anno in Zimbabwe, il collettivo dei Misty in Roots respirò l’Africa come mai nessuno prima di loro, scrivendo le otto ispiratissime canzoni di “Musi-o-tunya“. Otto quadri di un Africa non solamente idealizzata, ma anche vissuta, un gran bel disco insomma, anche questa volta Jah mi aveva guidato bene.

Quelle cascate, (le Victoria Falls che tutti da quelle parti chiamano Musi-o-tunya, Il Fumo che Tuona) che i Misty in Roots avevano inserito nella copertina , colpirono la mia immaginazione. Cercai nella vecchia enciclopedia sugli animali che avevo a casa un’immagine delle Cascate di Vittoria, che anche a vederle così, stampate su di un vecchio libro, facevano una certa impressione.

Nel 2000, l’agenzia di viaggi per la quale lavoravo mi offrì di partecipare ad un Educational/Premio in Africa, un tour di un paio di settimane tra Zambia, Zimbabwe e Botswana, più o meno nell’area attorno cascate di Vittoria.

Victoria Falls
Sullo sfondo, Musi-o-tunya, da notare l’immagine di Shaft sulla t-shirt

Non ci potevo credere, dopo aver ascoltato centinaia di volte “Zimbabwe” di Bob Marley e “Musi-o-tunya“, sarei davvero andato in Africa. Prima di partire presi il vinile tra le mani e lo ascoltai, solamente il lato B, quattro canzoni, meglio di niente.

Incontrai il mio collega/amico Luca all’aeroporto di Johannesburg, poi, con un volo interno, arrivammo a Victoria Falls.
Dall’alto la pista dell’aeroporto in terra battuta e non si distingueva molto dall’aerea tutta attorno, la stagione secca era al suo culmine, e tutta la vegetazione della zona ne portava i segni. L’aereo comunque atterrò senza troppo affanno, sbrigate le pratiche doganali (visto d’ingresso attorno agli 80 USD) ci presentammo al ritiro bagagli. Non si trattava di nastro trasportatore, ma praticamente era una specie di bancone di bar, dietro al quale si trovava una finestra enorme rettangolare completamente aperta, dalla quale ogni tanto entravano i bagagli lanciati a mano dal personale dell’aeroporto. Altri tipi li prendevano al volo e li depositavano sul bancone, un sistema semplice efficace e assolutamente eco friendly.

Ottenuto il visto e ritirati i bagagli finalmente calpestai la Terra d’Africa, riuscii a resistere alla tentazione di inginocchiarmi e baciare il terreno, come Cristoforo Colombo sbarcato a Santo Domingo, pensai che i fieri Zimbabwani non avrebbe capito il gesto.

Faceva caldo, il sole cadeva perpendicolare sulle nostre teste, e le poche piante piegate dalla siccità faceva del giallo il colore dominante del paesaggio. Il minibus impiegò circa 20 minuti per raggiungere il nostro albergo, 20 minuti vissuti come dentro ad un documentario di David Attenborough, con alberi di acacia sullo sfondo e scimmie lungo i bordi della strada.

L’albergo in cui arrivammo era il più antico della zona, costruito attorno alla fine del 800, con le pareti decorate con mappe improbabili e teste di animali impagliate, lo spirito del glorioso passato coloniale aleggiava nelle stanze, come il fumo delle sigarette nei cinema degli anni ’70.

The Victoria Falls Hotel
Ingresso con arco del “Victoria Falls Hotel”

Posati i bagagli uscimmo a fare un giro, delle scimmie e delle manguste si aggiravano per la strada, a coppie o in piccoli gruppi, con la stessa tranquillità dei piccioni in Piazza San Marco.

Faceva davvero caldo, sembrava che l’erba potesse incendiarsi per autocombustione in qualsiasi istante, ad un certo punto vidi da lontano del fumo, nessuno sembrava curarsene, tesi l’orecchio in quella direzione e lo sentii, nitido, il tuono simile ad un ruggito delle Cascate di Vittoria, Musi-o-tunya.

Quando finalmente mi ci trovai di fronte provai ad immaginare come potesse aver reagito il dottor David Livingstone (il primo europeo a vederle) davanti a tale meraviglia. La stagione secca aveva ridotto l’acqua di quasi la metà, ma ciò nonostante erano uno spettacolo che ti toglieva il fiato.
Percepivo il magnetismo, la magia di quell’essere animato d’acqua che ruggiva e sbuffava, capii come i Misty in Roots potessero aver attinto a quelle cascate larghe un chilometro per creare un capolavoro, Musi-o-tunya.

Mi vennero in mente le sensazioni provate al primo ascolto di quel disco, quando l’Africa, quella immaginata da me, si materializzava dalle casse del mio pessimo stereo. Mai avrei potuto sperare di trovarmi un giorno davanti allo Zambesi, ma niente mi impediva di sognarlo. E il sound dei Misty in Roots era la base ideale per quella visione.

Per il primo mese misi sul giradischi quel vinile almeno un paio di volte a settimana, fino a quando accadde La Disgrazia, un evento imprevisto ed imprevedibile che cambiò il corso della storia (non esageriamo, limitiamo alla storia di quel vinile).

Un giorno stavo cucinando accompagnato dal roots reggae della band inglese quando sentii un rumore agghiacciante, che nessun proprietario di un vinile vorrebbe mai sentire.

Corsi in cameretta mia, dove tenevo lo stereo e vidi Perla, la gatta soriana di mia zia, intenta a fare scratching sul lato A del disco, mentre mini trucioli di vinile venivano lanciati in aria dal piatto che girava. Feci un urlo che staccò i poster dal muro, ma la gatta non si scompose nemmeno, mi guardò come solamente un gatto può fare e uscì con calma dalla stanza. Rimisi la testina dall’inizio, per qualche secondo tutto sembrò andare bene ma poi  la puntina inciampò sui solchi lasciati dalle unghie di Perla, e dalle casse uscirono suoni sempre più confusi.

Mestamente presi il vinile, lo infilai nella busta e infine nella copertina gialla disegnata da Hilary Paynter e lo riposi in mezzo a tutti gli altri miei dischi, dove rimase in silenzio fino a qualche giorno prima della mia partenza per l’Africa.

Ogni tanto anche oggi prendo quel disco, ne guardo la copertina e sento il rumore delle cascate. Peccato non poterne più ascoltare il lato A, dicono che non sia male, ma a volte basta anche una copertina per iniziare un sogno.

I presume.

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