Miruts Yfter

“Men may steal my chickens;
men may steal my sheep.
But no man can steal my age.”

Miruts Yifter

Prima dell’invasione di massa degli zainetti Invicta, poi soppiantati da quelli della Eastpack, gli studenti andavano a scuola con borse più anonime, più arrangiate, per così dire, sicuramente più piccole. Non mi ricordo proprio di aver mai portato pesi paragonabili a quelli che vedo portare dai ragazzini adesso, quando al mattino sembrano un piccolo esercito di sherpa, ancorati al terreno da zaini pieni di libri apparentemente stampati su lastre di piombo.

Ogni ragazzino ha la “sua” cartella, alle Elementari e in parte anche alle Medie, gli zainetti di adesso sono “brandizzati” con i personaggi delle trasmissioni TV preferite. Ai miei tempi non si usavano, ma ammetto che se ci fosse stato uno zaino di “Furia” o di “Spazio 1999” sicuramente l’avrei voluto (ottenerlo però sarebbe stata tutta un’altra storia).

Alle Medie iniziai ad usare un tascapane verde militare, come era di moda all’epoca, e come tutti i ragazzini (lo fanno anche quelli di oggi, ma sull’Eastpack) iniziai a personalizzarlo con disegni e scrivendoci il nome dei miei idoli (Bob Marley su tutti).

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Miruts Yifter

Le Olimpiadi di Mosca, le prime delle quali ho un discreto ricordo, erano appena terminate, come molti dei miei coetanei avevo passato lunghi pomeriggi a guardare le gare trasmesse in TV, a partire dalla Sovietica cerimonia di inaugurazione.
Per la seconda (e purtroppo non per l’ultima) volta nella storia delle Olimpiadi moderne un boicottaggio aveva ridotto il numero delle nazioni partecipanti, 4 anni prima, a Montreal, a restare a casa furono gli stati Africani, per protestare contro la presenza del Sud Africa, nel 1980 il boicottaggio fu opera degli USA e dei suoi alleati indignati di fronte all’invasione dell’Afganistan da parte dell’ Unione Sovietica, che ricambiò il favore 4 anni dopo snobbando le Olimpiadi di Los Angeles (non mi ricordo il perché, ammesso che la ripicca non fosse un motivo valido).

Stando agli equilibri geopolitici di allora, l’Italia a Mosca non avrebbe dovuto esserci, ma il popolo che ha inventato il Purgatorio non poteva esimersi dal trovare un escamotage e se ne uscì con un colpo di genio: a partecipare alle Olimpiadi di Mosca non sarebbe stata l’Italia, bensì il Comitato Olimpico Nazionale Italiano.
La nazionale Italiana perciò finì per sfilare alla cerimonia d’apertura dietro ad un cartello che diceva per brevità “CONI”, con a fianco la traduzione in Russo “kohи”, cioè cavalli. Cosa buona è giusta è iniziare con una figura di merda, giusto per non farsi mancare nulla.

Guardai quasi tutto quello che la RAI trasmise, e all’ennesima gara di atletica, la finale dei 10.000 metri, rimasi fulminato da un omino piccolo, pelato e con i baffi, che divenne subito il mio nuovo eroe, Miruts Yifter (aka Yifter the Shifter), il quale ovviamente di li a poco finì sulla mia cartella.

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Un “giovane” Miruts Yifter

 

Il fatto poi che Miruts Yifter fosse Etiope, come Hailé Selassié, per me devoto di Bob Marley, era un un segno inconfutabile dell’eccezionalità di quell’atleta.
Lo vidi vincere prima i 10.000 e poi i 5.000 metri nello stesso modo: una corsa sempre nelle retrovie all’inizio (addirittura in coda al gruppo nei primi giri), poi terzo o quarto per gran parte della gara e infine, negli ultimi 300 metri, protagonista di uno scatto portentoso, che tutte due le volte pietrificò le gambe degli avversari.

All’epoca non sapevo molto di lui, solamente il nome e quello che avevo visto dal vivo in TV, scoprii molto più tardi una serie di aneddoti che in alcuni casi sembrano più leggende metropolitane.

Tipo quello che raccontava come nel 1971, durante un meeting negli USA, probabilmente perché poco avvezzo ai numeri arabi, o forse perché semplicemente in pallone, fece il suo solito scatto killer, realizzando che si trattava del penultimo e non dell’ultimo giro solamente quando i suoi avversari continuarono a correre mentre lui si fermava per festeggiare.

Di sicuro nel 1972, alle tristemente note Olimpiadi di Monaco, fu protagonista di un episodio piuttosto singolare: dopo aver vinto la medaglia di bronzo sui 10.000 non si presentò alla partenza dei 5.000. Il motivo non fu mai chiarito, forse si era confuso con gli orari, molto più probabilmente, con quella faccia che si ritrovava, fu bloccato dalla polizia, e visto che parlava solamente l’Amharico e nessuna parola di Inglese non riuscì a chiarire il malinteso in tempo.

Ma la storia più bizzarra riguarda la sua sua età, che resta pure oggi un mistero, anche perché lui stesso si è sempre rifiutato di chiarire, dicendo più volte che “nessuno mi può rubare l’età”.
Ufficialmente sarebbe nato nel 1944, anche se alcuni fonti indicano come più probabile 1938, se questo fosse vero diventerebbe il più vecchio vincitore di una medaglia Olimpica di Atletica di sempre (non che vincere a i 10.000 e i 5.000 a 36 anni sia roba di poco conto).

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Miruts a Mosca mentre se ne va senza salutare

 

Ma tutte queste cose all’epoca non le sapevo, mi bastava andare in giro con un tascapane sdrucito, tatuato con disegni e nomi, tra i quali, probabilmente unico teenager dell’emisfero Boreale ad averlo fatto, avevo incastrato il cognome e nome di questo piccolo Etiope.

A distanza di anni non mi ricordo il vero motivo di quella scelta, forse, come diceva mia figlia da bambina, volevo essere “uguale ma diverso”, avere una borsa come tutti gli altri, ma a modo mio distinguermi.
Oppure forse il suo modo di correre mi sembrava un esempio da seguire anche nella vita. Partire tranquilli, senza troppo sgomitare, dopo un po’ mettersi davanti, tra i primi ma nascosto, e infine quando arriva il momento giusto staccare tutti senza nemmeno salutare, e vincere.

Il problema è che ormai sono molti anni che corro, spesso mi sono trovato in fondo al gruppo, a volte davanti, ma ancora non ho capito come staccare tutti e andare a vincere.

Eppure i numeri arabi li conosco.

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. consules ha detto:

    Il motivo forse sta nel fatto che staccare tutti per andare a vincere significa dover poi affrontare la fatidica domanda: “E adesso?”

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    1. Il Poltronauta ha detto:

      Probabile. Forse è solamente paura inconscia di diventare adulto? Anche se, in quanto portatore sano di Interismo, sono allergico alla vittoria, sarebbe bello sapere cosa si prova, almeno una volta, ad arrivare primo 🙂

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      1. consules ha detto:

        Io sono juventino 🙂 , ma veder vincere la propria squadra per me non è lo stesso che arrivare primo da solo. A me è capitato di arrivare primo, soprattutto da piccolo tante volte. Provavo imbarazzo e tristezza profonda perchè “percepisci” che l’uomo odia chi arriva primo. Soffri talmente tanto che nella vita perdi apposta a volte, perchè ti schifa talmente tanto misurarti con chi poi ti odierà che non lo fai più. Ci vuole stomaco, e io ammiro chi se ne frega e va a vincere lo stesso. Ammiro ancora di più chi, come mio padre, stava giù dal podio e invece io sapevo che aveva vinto, e alla grande. Comunque, per quello che vale, il Poltronauta è al primo posto nella mia personale classifica dei blog che seguo.

        Piace a 1 persona

      2. Il Poltronauta ha detto:

        Beh, grazie mille per avermi messo al primo posto della tua classifica, non mi capiterà spesso. Di certo a volte è più difficile accettare la vittoria che la sconfitta. 🙂

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