Ruslan and Lyudmila

There stands a hut on hen’s legs, hairless,
Without windows and doors;
There visions fill a vale and forest;
There, at a dawn, come waves, the coldest,
On the deserted sandy shore,
And thirty knights, in armors shone,
Come out the clear waves in a colon…

Ruslan and Lyudmila (Aleksandr Pushkin)

Credo sia ufficiale, dopo le tigri siberiane e i rinoceronti bianchi, anche i turisti sono in via d’estinzione.
Li cerchi ma ne trovi a fatica, e quando per caso ne intercetti un paio, loro negano tutto definendosi “viaggiatori”.
A volte, nei casi più estremi, ci fanno pure un Blog, per meglio raccontare le loro avventure (mi ricorda qualcuno).

Passano un weekend a Parigi, si sono prenotati da soli sia il volo che l’albergo (“Pensa, dormivamo sopra il bar di Amelie”), tornano e ti raccontano che hanno visto, anzi vissuto Parigi come veri parigini.
E io penso che volare fino a lassù, per passare il weekend all’Auchan e all’Ikea (immagino sia dove i parigini spendano il loro fine settimana) non sia molto intelligente, visto che i centri commerciali ci sono anche qui.
I peggiori però sono quelli che ti raccontano del Deserto (con la “D” maiuscola), di quel silenzio surreale, il cielo di notte così vicino da poterlo toccare, il tramonto e i suoi colori, l’alba e suoi colori, quell’infinita distesa di sabbia senza persone (certo, andate al Lido a Novembre, e vedete quanta gente c’è su quell’infinita distesa di sabbia chiamata “spiaggia”).
E quando te lo raccontano sembra quasi di vederli, agghindati come Lawrence d’Arabia, i Bruce Chatwin de noantri, tutti viaggiatori, e nessun turista.

Bene, il deserto l’ho visto anche io. Preparatevi.

greyhound
Pass Mensile della Greyhound, copia originale.

 

Iniziai il mio Grand Tour nordamericano con gli autobus della Greyhound una sera di Ottobre. Il giorno prima un terremoto aveva fatto tremare tutta Los Angeles, ma per fortuna non si era trattato del tanto temuto “Big One”, in ogni caso lasciare la California dopo che mi ero svegliato con l’armadio sopra il letto non sembrava poi così una brutta idea.
In piena downtown la stazione Greyhound dalla quale partivo era grande più o meno come un aeroporto di medie dimensioni.
Il posto era caotico, pieno di gente in maggior parte ispanici e asiatici, l’inglese non pareva essere la lingua più usata. Era buio e stranamente per Los Angeles pioveva, una pioggia sottile, mi sembrava di essere in “Blade Runner”, la scena nella quale Harrison Ford ordina i noodles ad un chioschetto di un cinese.

Il tipo che mi accompagnava, Rafael, era uno dei camerieri messicani del ristorante nel quale lavoravo, forse quello più stronzo e rancoroso, eppure l’unico che si era offerto, anche perché abitava da quelle parti.
Adesso capivo perché era sempre incazzato.

Sistemato lo zaino nel bagagliaio presi posto nell’autobus, cercai un sedile isolato, fu facile visto che ci saranno stati una decina di passeggeri in tutto. Evidentemente Phoenix non era un posto così richiesto ad Ottobre, e nessuno si era spaventato troppo per quel terremoto.
Mentre ci facevamo largo tra le strade trafficate del centro, dal finestrino guardai le luci della città scorrere davanti a me, sembrava di essere in un video musicale dalle pretese artistiche, per la prima volta da molto tempo provai del disagio, forse una specie di paura. Che ci facevo seduto in quell’autobus? Cavolo, non avevo nemmeno diciannove anni ed ero già in California, che potevo chiedere di più dalla mia vita?

Ormai era troppo tardi per tornare indietro, cercai nella guida la pagina su Phoenix, e dopo un paio di righe chiusi gli occhi, sapendo che all’indomani mi sarei svegliato in Arizona.
Fu all’alba che vidi il Deserto, sul suo silenzio non saprei che dire, dato che i finestrini del Greyhound erano a prova dei concerti degli Einstürzende Neubauten, ma lo spettacolo che si materializzò davanti ai miei occhi fu davvero incredibile.
Il benvenuto dell’Arizona fu la visione in technicolor del deserto, come solamente Zagor sotto peyote poteva sperare di vedere, la luce dell’alba colpiva le rocce e i pochi arbusti creando immagini magnifiche.
Mai mi sarei aspettato un’esplosione di colori del genere, tanta bellezza mi sommerse, come le onde del pacifico in riva al mare, per un attimo entrai in quel paesaggio, e quel paesaggio entrò in me poi, forse perché erano “troppo”, quell’immagine e quei colori finirono in qualche scatola nella soffitta del mio cervello.

Come saprete già, la TV digitale offre un mondo parallelo alternativo, spesso i responsabili di rete sono costretti a sforzi immani per riempire palinsesti infiniti, così capita che vengano ripescate pellicole improbabili e dimenticate.

Durante una notte insonne mi imbatto in un film “fantastico” (scoprirò dopo essere “Ruslan and Lyudmila”, tratto da un opera di Puskin, in italiano “Il castello incantato”), una specie di Promessi Sposi russo, però più epico.
La storia gira attorno alle prove che affronta il principe Ruslan per salvare l’amata Lyudmila, rapita da un mago durante un banchetto di nozze. Il tutto ambientato nella Russia del IX secolo.

rusaln
Ruslan risveglia la sua amata

Il film di per sé scorre anche bene, nonostante gli oltre 140 minuti di durata, le scene delle battaglie che incendiano le steppe sono meravigliose, ricordano quelle del “Lawrence d’Arabia” o di altri colossal degli anni ’50.
Con mio grande stupore scoprirò qualche giorno dopo che il film non è stato girato in quegli anni, ma bensì attorno al 1970.
Per capirsi, quando Kubrick produceva “2001 Odissea nello spazio”, i russi, grazie al loro maestro Aleksandr Ptushko (autore tra l’altro di meravigliosi lungometraggi animati), se ne uscivano con un film del genere, con effetti speciali così naif e psichedelici al tempo stesso, che nemmeno il miglior Anthony M. Dawson (aka Antonio Margheriti) sarebbe stato in grado di concepire.

Lyudmila in volo

La parte che mi colpisce di più, a parte le scene delle battaglie, è quella ambientata in una specie di foresta incantata. Qui Ptushko consuma tutta la scatola dei colori, e riempie lo schermo di cristalli luccicanti, piante dalle cromie improbabili e mostriciattoli che si muovo sospesi da fili (in)visibili.
La visione di quella foresta ipercolorata scuote la soffitta dove tengo, ben inscatolati, tutti i miei ricordi, e così mi riappare davanti gli occhi il deserto in Arizona, con i suoi colori e le luci dell’alba riflesse dalle ricce e dalle poche piante, e soprattutto riemerge il ricordo di quello che capitò subito dopo in quella corriera della Greyhound.

Mentre sono ancora abbagliato dallo spettacolo straordinario dell’alba, qualcuno dietro a me inizia ad urlare, faccio fatica a capire cosa voglia, ma sembra chiedere all’autista di fermarsi.

Mi giro e vedo un ragazzo che avrà avuto la mia età, ha la pelle olivastra e i capelli lunghi e così neri che sembrano avere dei riflessi azzurri, è già (o ancora) visibilmente ubriaco, cammina ondeggiando nel corridoio dell’autobus e continua ad urlare all’autista di accostare.

Si avvicina alla porta posteriore e cerca di aprirla, l’autobus finalmente si ferma, il ragazzo sembra calmarsi e l’autista gli chiede perché vuole scendere, visto che siamo in mezzo al nulla, lui lo guarda sorpreso, dice che è un indiano e che la sua riserva è dietro la collina.

Quando la porta si apre il tipo si gira e mi saluta, poi salta giù, lo vedo arrampicarsi a fatica sulla collina, fino a quando scompare, inghiottito dalla nuvola di polvere sollevata dall’autobus.

Eppure mi sembrava che gli indiani nelle storie di Zagor non fossero così.

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