Desolation row – Centro commerciale, Sabato pomeriggio

Yes, I received your letter yesterday
(About the time the door knob broke)
When you asked how I was doing
Was that some kind of joke?
All these people that you mention
Yes, I know them, they’re quite lame
I had to rearrange their faces
And give them all another name
Right now I can’t read too good
Don’t send me no more letters no
Not unless you mail them
From Desolation Row

Desolation Row – Bob Dylan

La Nave de Vero

Oltre a mia figlia e ad una vaga propensione per la grafica pulita, tra le altre cose che mia moglie mi ha lasciato prima di andarsene di casa c’è anche la passione per la Apple.

Grazie a lei ho sempre usato computer “con la mela”, ho acquistato il primo iPod (di seconda mano, da un tipo di Sottomarina, appassionato di musica gothic) quando sembrava un azzardo, e ancora funziona. Ho letto tutto quello che c’era da leggere su Jobs e Wozniak, ho vissuto gli anni più bui dell’azienda di Cupertino (se dico “performa” forse qualcuno capirà) e ho sentito (giustamente) la speranza rinascere al secondo avvento di Steve nel 1997.

Per questo, quando ho collaborato con un’azienda nei miei mesi senza lavoro, ho chiesto di venir pagato con un fiammante MacBook Air. Gli amici della Apple sono dei sadici, e gli adepti come me sono ben disposti a pagare di più solamente per aprire il packaging sexy dei loro prodotti. In realtà tutto quello che fanno, oltre ad essere bello, funziona in modo quasi perfetto. Infatti quando qualcosa si rompe scatta il momento panico, perché chi ha un aggeggio Apple non vuole sapere come è fatto, semplicemente vuole usarlo senza problemi.

Così, quando il mio MacBook Air, dopo nemmeno 6 mesi (e pochissime ore) ha deciso di non riaccendersi più sono stato piuttosto sorpreso. Ho cercato on line una possibile soluzione ma alla fine l’unica spiegazione di questa morte improvvisa sembrava essere un guasto meccanico, più specificatamente un problema alla scheda madre.

L’Apple Store più vicino a Venezia si trova alla “Nave de Vero”, un centro commerciale di nuova generazione che sorge in uno dei tanti terreni dismessi della terra desolata conosciuta anche come Marghera.

Decido perciò di portare la creatura un sabato pomeriggio. Lo rimetto nella scatola originale, con tanto di plastica protettiva e parto per la volta di Marghera. Non avendo una macchina mi affido all’ultima novità nel campo della mobilità urbana: il tram.

Non so quanto sia costato alla comunità, ma lo trovo meraviglioso: silenzioso, spazioso e con aria condizionata.

Il centro commerciale si trova a circa 10 minuti a piedi dal capolinea del tram, attraverso strade di asfalto senza marciapiedi, fra officine, capannoni semi abbandonati, uno dei quali trasformati in moschea, ed automobili che mi sfrecciano a pochi centimetri.

E fa un caldo irritante, ça va sans dire.

Con me c’è mia figlia,  mai andare in un centro commerciale senza una guida, meglio ancora se teenager, non si può affrontare un posto del genere da soli.

Entriamo e l’aria condizionata si abbatte su di noi come la testa di Zidane sul petto di Materazzi alla finale di Germania 2006, mi chiedo quanto possa pagare di bolletta la signora de Vero (immagino Nave sia un nome da donna).

Particolare del soffitto, zona entrata.

Non sono mai stato in questo posto, venirci di Sabato non sembra essere stata un’ottima idea, ma ormai sono qui: soffitti alti, pavimenti splendenti, luci ovunque e una “tonnara di passanti” (come direbbe Faber) che si muove di continuo fra vetrine illuminate a giorno e negozi di cibo. Scatto qualche foto, ma poi mia figlia mi ricorda il motivo della nostra visita e così prediamo la scala mobile per raggiungere un modesto (per le metrature standard) negozio Apple. I commessi indossano tutti una t-shirt blu con tanto di mela bianca, mi viene in mente una puntata di “The Big Bang Theory” dove Leonard e Sheldon, due dei personaggi principali, decidono di indossare quelle magliette per andare a prendere per il culo i veri commessi di un Apple Store.

Ora che ne vedo uno da vicino capisco che sarebbe ancora una bella cosa da fare.

Arriva il mio turno, spiego quello che è successo e suggerisco al tipo che mi sta davanti (sulla trentina, altezza media, barba e tatuaggi sulle braccia d’ordinanza) che si tratta della scheda madre. Non mi ascolta nemmeno, tenta dei numeri di magia creando combinazioni improbabili con la tastiera ma il computer non si accende, poi sospira profondamente e sentenzia: “La scheda madre è rotta”. Ma dai?!  Sbrigo le pratiche e affido al tipo il mio MacBook Air senza lo scatolone, chiuso in una busta morbida, da solo, al buio.

Clienti del centro commerciale a spasso con cane.

Lasciamo il negozio della Apple ai suoi commessi indottrinati e a decine di clienti, per lo più uomini, che girano fra i banchi dove giacciono in bella vista tutti i gadget della Mela, li lascio con le loro pupille dilatate, a sognare un po’ oggetti bellissimi ma totalmente inutili per gran parte di loro.

I corridoi del centro commerciale sembrano ancora più intasati di persone, è questo quello che è diventata l’Italia? Sono questi i valori del mondo occidentale che tramanderemo ai nostri figli?

Se qualcuno volesse fare un’indagine demoscopica sul nord est d’Italia potrebbe venire qui, soprattutto il Sabato. Piccole formazioni di badanti ucraine, dai fianchi larghi come quelli delle contadine, capelli corti e denti d’oro, che si intravedono ogni tanto filtrare nei loro rari sorrisi. Maschi cinquantenni della provincia veneta, con camicie azzurre dal colletto enorme, con gli ultimi tre bottoni slacciati, camicie portate con leggiadria fuori da pantaloni slim color aragosta, braccialetto d’oro largo su di un polso e telefonino stretto nella mano, che spingono carrelli della spesa mezzi pieni accompagnati da donne vistose, dai tacchi alti e il culo basso (come cantava Capossela), vestite come le star delle orchestre di liscio delle fiere paesane.

Ragazzine ipersessualizzate che non staccano gli occhi dal proprio telefonino, nemmeno quando fanno finta di flirtare con coetanei dai capelli tagliati come calciatori.

Coda di una ventina di persone davanti a Grom, tutti pronti a pagare troppo un gelato fatto a chilometri di distanza almeno due giorni prima, come se il resto del Veneto non avesse gelaterie.

Tacchi e pantaloni slim, con riflesso.

Madri che accompagnano figlie, abbronzate come indios peruviani, da scollature generose e farfalle tatuate in bella vista sulla spalla sinistra o sulla nuca. Che arrancano su tacchi che fino a 10 anni fa non avresti visto nemmeno in tangenziale.

Una coppia cammina davanti a me, parlano con un accento meridionale, lui sarà alto un metro e 70 scarso, lei una spanna di meno, nonostante delle Hogan argentate con tacco enorme di gomma (per chi fosse interessato si chiamano “attractive”). L’uomo indossa una polo con il colletto alzato, stile Cantona, borsello di traverso, ha il ritratto di Padre Pio tatuato sul polpaccio muscoloso. Il figlio, un ragazzino in sovrappeso, li segue con una lattina di coca cola in mano e un iPhone nell’altra.

Un paio di uomini è fermo davanti alla vetrina di un negozio di scarpe da ginnastica, tutte e due indossano dei pantaloni a tre quarti, che finiscono abbondantemente sotto il ginocchio, entrambi hanno t-shirt  senza maniche coordinate ai pantaloni,  il più alto ai piedi ha delle Adidas bianche, l’altro delle ciabatte di plastica, sempre dell’Adidas. Parlano in una lingua che sembrerebbe slava, chissà da dove vengono, che ci fanno qui. Poi capisco che sono serbi quando un ragazzotto con un enorme aquila albanese stampata sulla maglietta gli passa a fianco, e mi sembra quasi di vedere le scintille che escono dai loro occhi.

Rara scarpa sobria

Immagino che se Bob Dylan dovesse riscrivere “Desolation Row” a oltre cinquant’anni di distanza (e se de Andrè con de Gregori dovessero ritradurla) l’ambienterebbe in un centro commerciale. Il vero girone dei dannati degli anni 2000, me incluso ovviamente, che guardo come fossi ad uno zoo questo esercito errante di consumatori (non a caso il primo Zombie di Romero era proprio ambientato in un centro commerciale), e sono sicuro che qualcun altro osserva me facendo lo stesso pensiero.

Usciamo letteralmente a mani vuote dalla Nave de Vero, provo un certo sollievo, mentre mia figlia sembra quasi dispiaciuta, immagino sia una questione di generazioni diverse. Torniamo verso il capolinea del tram, l’asfalto scalda come prima, e quando troviamo posto nella prima vettura, l’aria condizionata ci accarezza benevola.

Partiamo, ad ogni fermata sale una nazionalità diversa, vista dal tram Marghera sembra più multietnica di Londra, chi l’avrebbe mai detto.

Arriviamo a Venezia riposati, una camionetta dell’esercito ci accoglie in tenuta anti terrorismo, anche con questo caldo.

Ecco, al prossimo attentato di presunti soldati Isis, quando i leoni da tastiera, salvinisti dell’ultima ora, spiegheranno a noi buonisti che dobbiamo combattere gli immigrati, perché dobbiamo difendere i valori del mondo occidentale, penserò davvero ai nostri valori: ai sabati passati nei centri commerciali, nei migliori dei casi a comperare cose nonostante gli armadi pieni, agli aperitivi consumati in bar affollati, per farci venire l’appetito, alle apericene, fatte di piatti scongelati e chiacchiere inutili, agli addii ai celibato con plotoni di trentenni vestiti uguali ubriachi già nel pomeriggio, agli addii al nubilato, con donne vestite da fatine, con dildo al posto della bacchetta magica, ai bacari tour di giovanotti dalla campagna veneta che calano a Venezia in cerca di “osterie vere” e che finisco per bere vino sfusa da 2 eur al litro, con i loro tatuaggi in bella vista e nessun rispetto per le pietre che calpestano.

O forse no, magari i nostri valori sono anche altri, tipo un disco di Chet Baker, una bottiglia di porto, un sorriso dai capelli neri e dagli zigomi sexy che ti dorme a fianco.

Controllo e vi faccio sapere.

Vetrata principale de la Nave de Vero.
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