Fiocco di neve – Floquet de Neu

Dans la chaleur, le silence
A l’heure où les cyprès se balancent
Les morts reposent au cimetière
Sous le sable, face à la mer.

Face à la mer – Les Négresses vertes

 

Ospedale a venezia
La facciata dell’ospedale e quella della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo

L’ospedale di Venezia è bellissimo, ha una facciata ricoperta di marmi e bassorilievi che è così bella che la direzione ha dovuto mettere un cartello all’entrata spiegando ai distratti turisti che quel magnifico edificio è a tutti gli effetti un ospedale.

Se non bastasse, la facciata è perpendicolare alla sontuosa chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, un’altro edificio che toglie il fiato, e giusto per finire in gloria entrambe le strutture si affacciano su uno dei più bei campi di Venezia, reso unico da un’imponente statua di Bartolomeo Colleoni a cavallo, il condottiero dell’esercito della Serenissima che riuscì a strappare nel suo secondo contratto (dopo il primo ci fu una parentesi da “C.T.” dell’esercito di Milano, nemici al tempo proprio di Venezia) l’obbligo da parte del governo della città di erigergli un monumento in piazza San Marco. Come finì in questo campo e non nella piazza principale è l’ennesima prova della furbizia della Repubblica Veneta. In questo campo sorgeva la Scuola di San Marco (la facciata dell’ospedale appunto) e questo bastò ai governanti della città per poter dire di aver mantenuto la loro promessa, alla fine sempre di San Marco si trattava.

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Campo dei Santi Giovanni e Paolo, a destra il monumento a Bartolomeo Colleoni.

La facciata della scuola, così come quella della chiesa sono li da secoli, praticamente immutate, se non si tiene conto delle coperture in plexiglass messe davanti ai bassorilievi  della scuola in prossimità della chiesa. Più che le intemperie del tempo il pericolo per quei marmi preziosi veniva , in parte viene ancora, dalle pallonate dei bambini che in quel campo si ritrovano a giocare. Purtroppo però la chiesa non ha ricevuto lo stesso trattamento di riguardo, e le nicchie che ospitano i sepolcri di marmo con dentro i resti di antichi nobiluomini continuano ad essere usate come porte, con le “bare” di marmo usate strategicamente come traverse.

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Salone all’ingresso dell’ospedale.
Dicevo, l’esterno dell’ospedale è meraviglioso, ma anche l’interno, a partire dal salone all’ingresso, toglie il fiato. I veneziani ne sono orgogliosi,  ma alla fine è un po’ come gli Juventini che si esaltano quando la loro squadra vince un titolo (avrei detto interisti, ma non vinciamo quasi mai): che avete fatto per la vostra squadra? Vi siete allenati 5 giorni alla settimana? Avete sacrificato la salute dei vostri legamenti per un dribbling in area? Non credo.

Al solito dobbiamo ringraziare i nostri antenati per tutto questo ben di dio, dipendesse dai contemporanei avremmo una città orribile.

In quell’ospedale io ci sono nato, così come mia figlia. Ma in quell’ospedale ho anche salutato per l’ultima volta mio padre e, qualche anno prima, mia madre. La superficie occupata dall’ospedale è enorme, ingloba un paio di vecchi monasteri e tutta una serie di nuovi edifici, gran parte dei quali si affaccia sulla laguna nord dove, a poche centinaia di metri, sorge il cimitero dell’isola di San Michele, non proprio una visione incoraggiante per i degenti. A tutti quei turisti che entrano storditi da tanta bellezza, che si riposano nei freschi chiostri (anche d’estate) popolati da colonie di gatti indolenti, a volte mi verrebbe da dire che i marmi che stanno calpestando sono l’ultimo avamposto della Venezia che fu, una città vera dove poter nascere e poter morire, circondati da una bellezza senza paragone.

Anche se gran parte della mia famiglia non abita più in città, quell’ospedale è sempre stata la prima scelta per far nascere la nuova generazione, e negli anni tutti i parenti malati sono passati per quel portone.

Qualche anno fa un mio zio fu ricoverato dopo un periodo di malattia incomprensibile, diciamo che non era mai stato un uomo da copertina di rivista fitness, ma nei mesi precedenti il suo ricovero la sua salute era davvero peggiorata. A poco più di sessant’anni (e dopo circa 45 di Malboro) reggeva a fatica la breve camminata da casa alla sua bottega.

Parlammo con la moglie, che non ci indorò la pillola. La situazione era estremamente grave, la malattia oramai era arrivata ad una fase terminale, ma per non abbattere il morale al malato si era deciso di non dirgli nulla.

Tutta la famiglia ne fu informata, e così iniziarono una serie di visite da parte dei parenti, anche con una certa frequenza: tutti sapevano cosa stava accadendo, tranne il malato.

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Uno dei chiostri dell’ospedale. Riuscite e vedere il gatto?
Il primo ottobre 1966, quando mio zio era quasi maggiorenne, Benito Mañé, un contadino dell’etnia fang, uccide un intero branco di gorilla occidentale di pianura. Non si ferma davanti a nulla fino a quando scopre un  piccolo cucciolo, che con sua grande sorpresa è completamente bianco, il contadino, forse impietosito o forse pensando di poterci guadagnare qualcosa, decide di graziarlo e lo tiene con se. Dopo quattro giorni lo porta a Bata, una cittadina vicina al Rio Muni, in Guinea Equatoriale, il luogo dove il giovane gorilla era stato catturato.

Qui trova il primatologo catalano Jordi Sabater Pi (all’epoca la Guinea era sotto la Spagna) che ovviamente si innamora del cucciolo affetto da albinismo e sborsa quella che all’epoca era una discreta somma (circa 20.000 pesetas) per averlo. Così, dopo un breve viaggio in nave, il piccolo gorilla trova casa nel giardino zoologico di Barcellona, dove viene chiamato (ovviamente in catalano) Floquet de Neu, ovvero Fiocco di neve.

Qui ha inizio anche la sua vita da star, diventa l’animale immagine dello zoo, cercato dai bambini, fotografato dai turisti e studiato dagli scienziati. Come tutti gli albini è fotofobico, e dunque soffre vistosamente il flash delle macchine fotografiche, e questo lo rende piuttosto scontroso. Ma nonostante questa sua avversione resta l’animale più cercato dello zoo. Fiocco di neve diventa un gorilla di grandi dimensioni, non disdegna le altre gorilla dello zoo (avrà 22 cuccioli) e soprattutto è straordinariamente longevo, considerando che mediamente un gorilla di pianura vive attorno ai 25, Floquet de Neu all’alba del nuovo millennio è vivo e vegeto. Poi nel 2001 i veterinari dello zoo scoprono che ha una rara forma di cancro della pelle, dovuta proprio al suo albinismo. I media ne parlano ed allora inizia un pellegrinaggio di turisti che vanno allo zoo di Barcellona per porgergli l’ultimo saluto. Le visite aumentano vertiginosamente quando nel settembre del 2003 i veterinari annunciano che la sua fine è vicina, e infatti il 24 novembre dello stesso anno i veterinari mettono a dormire di Floquet de Neu, terminando così le sue sofferenze.

Fioco di Neve - Floquet de Neu
Lo sguardo sornione di Floquet de Neu, Fiocco di neve
Come faccio sempre quando sento certe notizie, anche nel caso di Fiocco di Neve mi ero appassionato alla sua vicenda, quello che mi tormentava di più non era tanto la sua malattia, ma se quel vecchio gorilla avesse capito quello che gli stava succedendo, se quel numero impressionate di umani che andavano a trovarlo ogni giorno in qualche modo lo avesse insospettito.

Per quanto irriverente, è questo il mio pensiero alla quarta volta che vado a visitare mio zio in ospedale. Ma ormai l’avevo già imparato, non importa quale sia la verità, alla fine crediamo sempre a quello che ci regala un sorriso, alla versione che non ci fa male.

L’illusione di mio zio fu spazzata via una mattina, quando, durante il giro di routine del primario con il codazzo di tirocinanti, l’ultimo arrivato si fece scappare la diagnosi a voce alta, convinto che il paziente ne fosse al corrente. Lo vidi il pomeriggio di quel giorno, sembrava ancora più minuto sotto quelle coperte d’ospedale, i suoi occhi azzurri avevano una luce diversa. Sapevo della gaffe mattutina ma feci finta di nulla, quando gli chiesi come stava mi rispose con una frase tipo “i me ga dà na be merda da magnar” (se il traduttore di google non funziona usate la fantasia). Io abbozzai un sorriso, e gli dissi che era sempre stato un lottatore, e anche questa volta ce l’avrebbe fatta. Ma certe battaglie non si vincono mai.

Qualche mese dopo quando lo portammo al di là dell’acqua, in cimitero, ci fu una piccola funzione religiosa, credo a sua insaputa, visto che l’unica persona che aveva idolatrato nella sua vita era Enrico Berlinguer, e che di sicuro aveva letto più prime pagine de L’Unità che parabole del vangelo. Ma forse alla fine aveva cambiato idea, e aveva auto qualche dubbio. Era una giornata magnifica, particolare di per se abbastanza fastidioso, dovrebbe piovere nei funerali, come nei film americani, trovo irrispettoso andarsene con il cielo azzurro.
Con un sole primaverile che ci baciava con delicatezza, passammo davanti alla porta a tre archi che si affaccia sulla laguna, dalle grate filtrava una luce indebolita da una leggera nebbiolina, e li dietro, sopra l’acqua verdastra stranamente calma, scorsi l’ospedale.

Tutto qui, semplicemente uno scambio di prospettive.

 

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La porta a tre archi sulla laguna, cimitero di San Michele.
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