Jongbloed e la felicità delle piccole cose

“L’emozione era immensa, mi ricordo che a Milano effettuai un intervento spettacolare e mentre ero proteso in tuffo ebbi la sensazione che avrei potuto fluttuare a mezz’aria in eterno se solo avessi voluto, la percezione estrema del concetto di libertà questo è ciò che mi ha regalato il ruolo del portiere, non esiste nulla di meglio al mondo.”

Jan Jongbloed


Questo post parla di calcio, di un portiere, della ricerca della felicità, di scelte bizzarre ed occasioni perdute, ed infine di un colpo di fulmine, che non è come quello che aspettiamo tutti.

Il mio primo ruolo scelto nel gioco del calcio è stato quello del portiere. Avrò avuto 9 anni e la mia decisione era legata al fascino che indubbiamente questo ruolo può avere su di un bambino, essere uguale ma diverso dagli altri, indossare guanti e una divisa diversa dai tuoi compagni, diventare l’ultimo ostacolo tra la squadra avversaria e il goal. Il “sogno” durò solamente un anno, dopo il quale non difesi più nessuna porta (ad eccezione di una singola partita già narrata qui)

L’ammirazione per i portieri non è mai scemata, perché il portiere è una specie di acrobata del circo, è come il funambolo che cammina sulla corda senza la rete sotto a salvarlo, un suo singolo errore sarà fatale per la squadra, per questo più spericolati e sbruffoni sono, più mi colpivano (eccezion fatta per Dino Zoff, che resta un monumento a parte).

Nell’Italia calcistica prima dell’apertura totale delle frontiere ci dovevamo accontentare di buoni portieri, alcuni si stravaganti, ma principalmente da ricordare per bizzarie estetiche (vedi la coppola di Massimo “Saponetta” Mattolini), per la tecnica sgraziata (come le parate di piede di Claudio “Garellik” Garella) oppure per la rarità della loro figurina Panini (maledetto Antonio Pigino, riserva della Sambenedettese, che poi ho pure conosciuto di persona, ma quella è un’altra storia). In assenza di Internet per vedere qualcosa di esotico si doveva aspettare i Mondiali di calcio.

La rara doppia figurina con Antonio Pigino e tale Paolo di Giovanni, un misto fra Peter Cushing e Ciccio Ingrassia,

Portieri da tecniche singolari ma spettacolari, come il camerunense N’Kono, star della squadra africana nel mondiale di Spagna. Ma quello che mi intrigavano di più erano i portieri con che indossavano magliette con numeri diversi dall’1 (o dal 12, numero del portiere di riserva), come ad esempio Fillol, il portiere dell’Argentina sempre ai mondiali di Spagna, che sfoggiò per tutto il torneo la maglia nr 7, visto che tute le maglie avevano seguito l’ordine alfabetico, ad esempio la numero 1 era andata a Osvaldo Ardiles, la numero 10 però finì a Maradona, capace anche di piegare le regole dell’alfabeto.

Un giovane Jan Jongbloed, con ginocchiere e senza guanti

Nella finale vinta nei Mondiali precedenti proprio dall’Argentina Fillol, che però in quel torneo indossava la più tradizionale nr 1, si trovò di fronte un collega con la maglia nr 8, tale Jan Jongbloed, che alla veneranda età di 38 anni era alla sua seconda apparizione ad un Mondiale. Ed è lui, il portiere olandese con la maglia nr 8, il protagonista di questo post. Ma per capire la sua storia dobbiamo andare molto indietro, fare un salto ad inizio anni ’60, così come raccontato nel meraviglioso podcast della RAI “Numeri primi”.

Nel 1962, a soli 22 anni, Jan Jongbloed viene convocato per giocare con la sua nazionale un’amichevole con la vicina Danimarca. Da quasi 4 anni difende la porta di una squadra minore di Amsterdam (che poi così minore non era, visto che pochi anni dopo nel 1964 vinse pure uno scudetto), la DWS ( Door Wilskracht Sterk ovvero “forza attraverso la volontà), la partita non è una delle più fortunate, anche se c’è da dire che la nazionale olandese stava vivendo un lungo periodo di crisi negli anni ’60, alla fine le reti segnate dai danesi sono 4, un paio rimediate da Jan Jongbloed che era subentrato nella ripresa.

Quasi nessuno dei giocatori olandesi di quella partita tornerà in nazionale. Jongbloed però sceglie di autoescludersi, ama il calcio ma di più ama la vita e la felicità. Dopo poco ha un figlio, Eric, nonostante la sua giovane età capisce una cosa, capisce che la sua vita in quel momento è perfetta, che la felicità, che molti rincorrono disperatamente senza mai raggiungere, è li a portata di mano. La sua felicità è fatta di una famiglia, di una tabaccheria che gli permette di restare un semiprofessionista del pallone e soprattuto gli lascia qualche giornata libera per andare a pescare nei canali di Amsterdam, il suo passatempo preferito. Come avrebbe scritto Kurt Vonnegut, era felice e ci aveva fatto caso.

Jan e consorte dietro il bancone della sua tabaccheria alle prese con le sue canne da pesca.

Il calcio che conta ad Amsterdam è solamente quello dell’Ajax, soprattutto a partire dalla metà degli anni ’60, quando dopo aver allenato proprio il DSW di Jongbloed, tale Rinus Michaels prende le redini del comando dei Lancieri e inventa il calcio totale, un tipo di calcio mai visto prima, dove tutti i giocatori sanno ricoprire tutti i ruoli, il difensore attacca e l’attaccante difende, il tutto condito con una forma atletica da super atleti (ma anche aiutato da talenti puri come Cruijff). L’Ajax è così forte che vince addirittura la coppa dei campioni, e naturalmente la nazionale viene affidata a questo allenatore rivoluzionario.

Siamo alla vigilia dei mondiali di Germania, meglio, di Gemania dell’Ovest, la nazionale olandese è pronta, ovviamente il blocco dell’Ajax la fa da padrona e sul blocco comanda Cruijff che fa letteralmente il buono e il cattivo tempo (tipo dopo aver scelto la maglia nr 14 farà sparire ogni riferimento allo sponsor Adidas in quanto uomo immagine Puma), e così mentre tutti si aspettano che in porta vada il talentuoso Jan van Beveren, che ha l’unico pecca di essere il portiere del PSV, squadra “nemica” dell’Ajax, Michels lo lascia a casa e convoca Piet Schrijvers e Heinz Stuye e buon terzo Jan Jongbloed, che vista la vicinanza e la possibilità di portarsi la canna da pesca accetta. Nessuno si aspetta quello che succederà il giorno dell’esordio dell’Olanda (contro l’Uruguay) nemmeno la Panini, che si scorda di mettere Jongbloed tra le figurine dell’album. Michaels dice al nr 8 (le maglie, nell’utopia calcistica dell’Olanda, erano state distribuite in ordine alfabetico, con l’ovvia eccezione di Cruijff, sempre e comunque nr 14) che a difendere la porta ci andrà proprio lui.

Jan in azione contro la Germania Ovest, sempre senza guanti e con le ginocchiere.

Lui che non gioca nemmeno con i guanti, che indossa delle ginocchiere come un ragazzino qualsiasi dell’oratorio, lui che se può para sempre con i piedi, che quasi mai si trova in area quando la sua squadra attacca, anzi cerca sempre di partecipare alla manovra, che scorrazza in giro per il campo, e proprio per questo è lui il portiere ideale per l’Olanda del calcio totale.

Il fatto che sia un tabaccaio con l’hobby della pesca e del calcio fa storcere il naso a molti, inclusi il nostro Brera che lo etichetta come bidone. L’Olanda arriverà in finale, con Jan Jongbloed come migliore portiere del torneo (prima della finale un solo gol subito, pure su autogol).

Il primo minuto della finale è la quintessenza del calcio olandese, i tulipani si passano la palla tra di loro per circa 60 secondi senza che i tedeschi possano far nulla, e quando Cruijff decide di affondare viene messo a terra in piena area. Rigore, batte Neeskens e goal, Olanda 1, Germania Ovest 0.

Jan e Cruijff (da notare la tuta con 2 strisce e non 3)

Ma il dio del pallone evidentemente è distratto, e il più bel calcio del mondo, fatto di follia e disciplina, di atleti fenomenali dai piedi delicati non viene premiato, e al fischio finale sarà la Germania dell’Ovest a portarsi a casa il titolo.

Quattro anni dopo, orfani di Cruijff che si era autoescluso per dispetto, l’Olanda raggiungerà di nuovo la finale, sempre con la squadra di casa. Anche questa volta in porta ci sarà Jongbloed, tornato titolare dopo un inizio Mondiale non felice solamente perché il suo sostituto si era infortunato in semifinale. Anche questa volta l’Olanda perderà e questo sarà l’ultimo mondiale con il nr 8 in porta.

In realtà Jongbloed continuerà giocare fino ai 45 anni, sempre alternandosi al bancone della tabaccheria e non rinunciando mai alla pesca, e si arrenderà solamente ad un infarto che gli fece decidere di smettere.

Qualche anno fa gli chiesero se non fosse dispiaciuto di aver perso due finali di mondiali, Jan disse che sì, era un peccato averle perse ma che era un merito esserci arrivati, che non era da tutti, ma che in entrambe i casi non ci aveva fatto una malattia, perché nella vita aveva perso cose molto più importanti.

Incontri di un certo livello.

Il 23 settembre 1984 Jan Jongbloed continua a fare il portiere, difende la porta dei “Go Ahead Eagles”, una squadra di quarta divisione, la rinata DWS però ha ancora un Jongbloed in porta, si tratta del figlio Eric, che dal padre ha ereditato la passione e anche lo stile, e anche l’amore per i colori di quella squadra minore di Amsterdam.

Mentre Jan è a Rotterdam per giocare contro lo Sparta, il figlio Eric sta sfidando il Rood-Wit ad Amsterdam, la giornata è brutta, inizia a piovere a dirotto. Eric decide di calciare la palla dal fondo (di solito compito del compagno Rob Stenacker) ma mentre prende la rincorsa un rumore assordante accompagnato da una luce accecante si abbatte sul campo, quando i giocatori si riprendono dallo shock il corpo di Eric giace vicino alla porta, colpito e ucciso da un colpo di fulmine.

Ecco, quando Jan Jongbloed dice che aveva perso cose più importanti si riferiva proprio alla morte del giovane figlio, in quell’intervista disse che col tempo il ricordo aveva preso il posto del dolore, e che aveva la fortuna di essere circondato dall’affetto della figlia, dei nipotini e famiglia.

Lui, che aveva deciso di essere felice, che aveva capito che la vita non era solamente fare il calciatore, aveva scelto di essere felice con la sua tabaccheria, con la sua canna di pesca, era riuscito in qualche modo a superare il dolore della perdita del figlio. Lui che da portiere quasi mai usava le mani aveva capito che la felicità è alla portata di mano, l’aveva afferrata come nessuno e come nessuno se l’è tenuta stretta.

Quando siete felici, fateci caso.

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Vincenzo ha detto:

    una storia toccante, che non conoscevo…
    c’è da dire che, nonostante sia appassionato di calcio, su quegli anni sono un po’ carente, anche a causa della mia (quasi) giovane età…
    anch’io ero (e sono) portiere, ma sono stato (e sono ancora, a livello amatoriale) un portiere atipico: ad esempio molto riflessivo…
    infatti molti me lo dicono che non sembro un portiere come gli altri ed infatti sarà anche per quello che la mia “carriera” calcistica è stata mediocre, a dispetto di una tecnica che reputavo abbastanza buona…
    in ogni caso, non conoscevo Jongbloed e ancora oggi non ho mai visto una partita dell’Ajax o dell’Olanda di quegli anni… prima o poi dovrò rimediare…
    certo, come dargli torto, quando dice che ci sono cose più importanti da perdere…
    ciao
    Vincenzo

    Piace a 1 persona

    1. Il Poltronauta ha detto:

      Felice di averti fatto conoscere questa storia. In questa epoca di infelici cronici sapere che a volte la felicità è a portata di mano fa piacere. Io ahimè sono vecchio abbastanza per aver visto Jonbloed in azione, anche se certe cose viste con gli occhi di un bambino sembrano magia pura. Ho smesso col calcetto da poco, la dea eupalla non ha pianto troppo, però se mai mi dovesse servire un portiere ti chiamo. Ps lo sai vero che un rapper francese anni ‘90 ha dedicato una strofa a Zoff?

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      1. Vincenzo ha detto:

        No, non sapevo neanche questo… sono già troppe le cose che non so😁😁

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      2. Il Poltronauta ha detto:

        Ahahhaha, quel conta non sono le cose che non si sanno, ma quelle che si vuole conoscere. E comunque era una misera marchetta per un mio post, intitolato proprio “Dino Zoff” 😊 buona lettura allora e buona serata

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