Stay free

Cos’ years have passed and things have changed
And I move anyway I wanna go
I’ll never forget the feeling I got
When I heard that you’d got home
An’ I’ll never forget the smile on my face
‘Cos I knew where you would be
An’ if you’re in The Crown tonight
Have a drink on me
But go easy…step lightly…stay free

Stay Free – The Clash

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Mick Jones e Joe Strummer

Ho sempre avuto una specie di attrazione per gli emarginati, i diversi, quelli ai quali nessuno degnava uno sguardo, se non di disprezzo.
Questo fino dalle scuole elementari, mi ricordo ancora di quando la maestra (suora) cercò di dissuadermi dal frequentare un mio compagno di classe piuttosto scatenato, di famiglia povera, dicendomi che se si sta vicino alle mele marce si rischia di fare la stessa fine, io rimasi in silenzio un paio di secondi e le dissi che le mele, a differenza di me, non avevano il cervello.
Non credo fosse per spirito crocerossino, ho imparato molto presto che ci si salva solamente da soli, non era nemmeno per la voglia di sentirmi superiore, perchè ho sempre avuto l’autostima di un paio di superga, usate.

La mia era probabilmente semplice curiosità etnologica, volevo conoscere popoli e mondi diversi, partendo da quelli vicino a me.

C’era questo ragazzo, un paio d’anni più grande di me, che “con due gocce di eroina si addormentava il cuore” ogni volta che ci riusciva. Viveva la sua condizione di tossico con una sorprendente leggerezza, tra sistemazioni precarie, amori improbabili, lavori sottopagati e visite al SERT.
Ci frequentammo per un periodo, io gli raccontavo delle mie prime lezioni all’università, delle ragazze che incontravo, lui in un modo o in un altro finiva sempre per parlare di droga.
Mi spiegava di come prendesse le pasticche recuperate al SERT bevendo birra da quattro soldi, per aumentarne l’effetto, oppure di come a volte riuscisse a metterle da parte un po’, per barattarle con qualche dose.
Capitava di trovarmelo fuori dell’università, due occhiaie nere e pallido come una pietra d’Istria (si direbbe “pallido come un lenzuolo”, ma sono veneziano, rassegnamoci), magro com’era, sembrava un panda anoressico, così finivo per offrigli il pranzo.
Una volta stavamo camminando assieme, improvvisamente mutò espressione, mi chiese di andarmene mentre lui cambiava direzione. Quando lo rividi qualche giorno dopo mi spiegò che avevamo incrociato un tipo con il quale, la sera prima, aveva comprato una dose in comproprietà, una volta avuta la busta in mano però se l’era fatta tutta lui. Il tipo non l’aveva presa bene e da allora lo stava cercando per gonfiarlo di botte.

Il tempo che passavo con lui era pieno di episodi istruttivi, come quando lo incontrai con una t-shirt piena di macchie di sangue, venne a casa mia e gliene diedi una di pulita, mentre vide lo spavento nei miei occhi mi disse di non preoccuparmi, che a volte l’eroina era tagliata con sostanze che procuravano un prurito fortissimo e lui (che tra tutti i pregi che aveva non poteva annoverare di certo una forza di volontà adamantina) si era grattato fino a sanguinare.
Tutto normale insomma, scemo io che mi ero preoccupato.

In realtà poteva anche essere molto divertente, una sera uscimmo con delle tipe che avevo conosciuto a lezione (non una grande mossa, col senno di poi), e dopo aver descritto ogni singolo tatuaggio che ricopriva le sua braccia (adesso non farebbe più notizia, lo so) saltò sopra un tavolo del locale dove eravamo e, atteggiandosi da surfista, iniziò a cantare “Noi siamo i giovani, i giovani del SERT”.

Dopo qualche mese iniziammo a vederci sempre di meno, forse aveva paura che provassi a salvarlo, e non voleva deludermi, o forse la sua anima inquieta non lo lasciava fermarsi, quel che mi ricordo ancora è che in tutto quel tempo non mi chiese mai un soldo, mai.

Ad un certo punto sparì del tutto, senza dirmi niente, e di lui non seppi più nulla. Pochi anni fa mi arrivò una notizia di terza mano, pareva si fosse trasferito in un’altra regione e che finalmente si fosse liberato dai suoi demoni.

clash
Copertina del cd Give ‘em enough rope

Tempo fa ho letto un articolo che raccontava la storia dietro a “Stay Free”, una canzone dei Clash che conoscevo appena. Scritta da Mick Jones, parla di un suo compagno di liceo, Robin Banks, come lui testa calda e ribelle, suo complice di mille bravate. I due combinarono così tanti casini che furono espulsi dalla scuola assieme, il suo amico però alla chitarra preferì la pistola, e dopo l’ennesima banca rapinata finì in carcere.

Quando torna libero, dice l’articolo, Mick Jones lo viene a sapere, i Clash sono delle star adesso, e stanno per partire alla conquista dell’America, ma lui non si è mai dimenticato dell’amico sfortunato.
Va a trovarlo a casa con la chitarra e gli canta la canzone a lui dedicata, “Stay Free”, uno dei più bei regali che si possa ricevere. Purtroppo però Robin Banks non resterà “free” per molto, dopo qualche tempo una rapina a Stoccolma lo riporterà in prigione.

L’espressione sulla faccia di Mick Jones mentre canta le ultime parole di questa canzone, è pura poesia, con quel “stay free” sussurrato tra i denti.

Stranamente la musica è sempre rimasta fuori da tutte le cose di cui io e il mio amico eroinomane abbiamo parlato in quei mesi di frequentazione, non so se conoscesse o meno i Clash.
Però, da quando ho letto quell’articolo, ogni volta che che sento “Stay free” non posso fare a meno di pensare a lui, spero sia davvero libero dai suoi demoni, magari un giorno riuscirò nuovamente a bere una birra con lui.

Sperando che questa volta non faccia il surfista sul tavolo.

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