L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente

Chen Ching Hua (looking at the Colosseum): How do you like this place?
Tang Lung: Its a waste. All of this. In Hong Kong, I would build on it. Make money.

The way of the dragon – Bruce Lee (1972)

bruce lee
Bruce Lee con moglie e il figlio Brandon

 

Quando aveva oltre 80 anni Mario, un signore americano nato a Genova nel 1900, decise di fare il suo viaggio d’addio all’Italia, passò anche per Venezia, e siccome era un caro amico del mio “zio” americano, mio padre decise di ospitarlo a casa nostra, cedendogli la mia stanza per circa una settimana.
All’epoca era davvero la persona più vecchia che avessi mai visto, negli anni successivi ho incontrato anche con ultra novantenni, ma nessuno nato prima di lui.

Lo rividi un paio di anni dopo a Los Angeles, mio “zio” spesso lo invitava a pranzo la domenica, mentre io ogni tanto passavo a trovarlo in bicicletta nella sua casa, sul Pico Boulevard. La zona non era esattamente Beverly Hills, ma nemmeno Englewood per intenderci, ormai abitava in quella casetta da 40 anni, mio zio l’aveva comperata assieme al terreno attorno ma non gli faceva pagare un centesimo.
La casa era esattamente come doveva essere quella di un quasi novantenne: mobili vecchi di formica, carta da parati diventata beige per stanchezza, un odore che sapeva di antico. Al muro il calendario in uso era attaccanto sopra quelli degli ultimi 10, 15 anni, tutti con delle annotazioni in una calligrafia elegante, comunque incomprensibile per me.

Un giorno mi raccontò la sua storia.
Poco dopo la fine della grande Guerra, durante la quale era stato imbarcato a bordo di uno dei primi sommergibili della marina italiana, partì per New York per lavorare come manovale al porto (avviso agli amici in camicia verde e in camicia nera, anche gli italiani sono stati extracomunitari).
Il lavoro era duro, divideva l’alloggio con altri italiani, risparmiava il più possibile per racimolare in fretta i soldi per sposare la sua fidanzata rimasta a Genova. Dopo qualche mese gli arrivò un telegramma, la sua amata improvvisamente era morta. Mi raccontò di come si sentì mancare la terra da sotto i piedi e di come realizzò che non ci fosse più alcun motivo per tornare in Italia (in realtà ci ritornò 2 volte, la prima dopo la seconda guerra mondiale, e l’ultima appunto negli anni ’80).
Rimase ancora qualche anno a New York, poi si spostò verso Ovest, facendo mille lavori diversi, fino a quando arrivò a Los Angeles. Da buon italiano aveva una gestione attenta dei soldi, però al posto del classico materasso, li aveva sempre investiti in borsa. L’indomani del lunedì nero del 1987 mi disse con candore che aveva perso una bella cifra, poi sorridendo aggiunse che forse era l’unico uomo ad aver perso sia in quel crollo che in quello del 1929.
Parlava un italiano perfetto, con un lieve accento genovese (ogni tanto gli scappava un belin) e con un vocabolario fermo agli anni ’30, descrisse sua moglie americana, dalla quale aveva divorziato molti anni prima, come balenga, parlava delle gang di sudamericani che ronzavano attorno alla sua casa come di giannizzeri.
Insomma, linguisticamente parlando era un fossile vivente, come spesso capita con gli immigrati, però a differenza di tanti altri, non aveva imbastardito la sua lingua con vocaboli americani. Come una forma di attaccamento alla madre patria, aveva reso impermeabile il suo italiano a qualsiasi influenza esterna od evoluzione.
Invece le lingue, così come i dialetti, si evolvono per forza, sicuramente uniformandosi tra di loro, ma non possono stare ferme, accolgono vocaboli a ne abbandonano altri, si inventano modi di dire.

La grande mattanza delle sale cinematografiche di Venezia è avvenuta a partire da fine anni Ottanta, perciò ho fatto in tempo a vedere film praticamente in una decina di cinema diversi, quasi tutti quelli della città (a parte forse un paio perchè già chiusi), l’unico che ho mancato è stato il cinema dell’Arsenale.
Ho recuperato qualche hanno fa durante la Biennale di Musica, quando ci ho visto il concerto di tale Scanner, la sala a differenza delle altre è sopravvissuta tornando alle origini, cioè ad essere (di tanto in tanto) teatro.
Negli anni settanta scoppiò anche in Italia la “Bruce Lee Mania”, come ovunque nel mondo il primi ad infatuarsi delle sue acrobazie furono gli adolescenti, quasi sempre delle zone più popolari.
La fama di Bruce Lee e dei film di arti marziali in genere erano tali che persino Franco Franchi si cimentò, a suo modo, in un film d’azione, uscendo con una magnifica pellicola recitata in siciliano e finto cinese: “Ku Fu, dalla Sicilia con furore”. Qui Franco Franchi, per diventare vigile urbano, è costretto a partecipare ad una gara di Karate, scontrandosi con due maestri dell’arte del calibro di Gianni Agus (Kon Chi Lay!?) e Enzo Andronico (Ce-Lo-Kon-Te!?).

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Locandina del film “Ku-Fu? Dalla Sicilia con furore”

Le battute non sono esattamente a punta di fioretto, per darne un’idea, al culmine dello sforzo durante un combattimento all’interno della palestra di Gianni Agus, Franco Franchi rilascia un peto esplosivo, che fa dire al povero Agus: “Aprite porte e finestre, costui non ha solamente le dita d’acciaio…”.

Quando Bruce Lee morì a soli 33 anni (ndr, come Cristo e John Belushi) passò dalla gloria alla leggenda.

A vederli adesso i suoi film sono poco meno che imbarazzanti, con trame inverosimili, regie approssimative (tranne che nelle scene dei combattimenti), solamente la soggezione nei confronti di Bruce Lee impedisce di ammettere ad alta voce che si tratta di film orribili.

Però al tempo i suoi film riempivano le sale, e il cinema dell’Arsenale, la sala preferita di Castello, quartiere al tempo super popolare di Venezia, una volta esauriti i pochi titoli con il maestro di Hong Kong, iniziò a proiettare i suoi cloni. Il risultato era sempre lo stesso, decine di ragazzini (e non solo) si esaltavano a vedere le acrobazie dei combattimenti, ma era durante l’intervallo che i poteva godere del vero spettacolo, quando cioè a turno, coppie di ragazzini salivano sul palco ad imitare le mosse di Kung Fu viste sullo schermo pochi minuti prima, sostenuti ovviamente dal tifo da stadio dei compagni in platea.

Tra i film che ebbero maggiore successo di Bruce Lee c’é “L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente”, per il quale scrisse la sceneggiatura e curò sia la regia che al produzione. La storia è ambientata a Roma, i cattivi (la Triade cinese) sono cattivissimi e vogliono taglieggiare la famiglia di Bruce Lee, che invece ovviamente mena fendenti a dritta e a manca, fino ad un improbabile e conclusivo duello contro un giovane Chuck Norris con il Colosseo (!?) di sfondo.

Fu poco dopo che inziai a sentire un espressione che girava per la città, cioè “darghe de Chen (pronunciato Ken)” ad indicare il ripetere con una certa continuità e con forza un atto, un gesto, un’azione. Forse qualche esempio spiegherà meglio.
Comperi un disco nuovo, ti piace e lo ascolti 10 volte di seguito, il tuo vicino esasperato se ne accorge e tra le altre cose dice: “Ti ghe dà de chen co sto disco”.
Hai la fidanzata nuova, lei ha la casa libera, progetti di “darghe de chen tutto il pomeriggio”.
Stai piantando un chiodo su di una parete, non ci riesci, il vicino (probabilmente lo stesso del disco) da oltre il muro urla: “Daghe de chen, ti vedarà che l’entra”.
Non ci sono prove scientifiche a sostegno della mia teoria, ma sono convinto che questo modo di dire nasca proprio dal film di Bruce Lee, magari non è vero, ma come si suol dire: “My Blog, my rules”.

Quel che è certo è che con il tempo, proprio perché la lingua si evolve, sentire questa frase è diventato sempre più raro, adesso praticamente più nessuno dice “darghe de chen”, temo dovremo aspettare il 2050, recuperare un novantenne veneziano emigrato in Australia, per risentirla di nuovo.

 

 

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