I am hurting inside. Ovvero Bob Marley spiegato al resto del mondo.

Nel mezzo del cammin di nostra vita. mi ritrovai per una selva oscura.
ché la diritta via era smarrita.

 La Divina Commedia – Dante Alighieri


Dorsi dei vinili di Bob Marley

Immaginatevi a 35 anni, dovrebbe essere facile, per qualcuno sarà una proiezione nel futuro, per altri un viaggio a ritroso nel tempo.

Immaginatevi di avere 35 anni, immaginatevi di essere sulla cima del mondo, di essere la rockstar più idolatrata di sempre, capace di riempire stadi enormi in Europa e di essere diventato il messia, la voce di tutti gli oppressi. Ora pensate che finalmente dopo tanti concerti siete ad un passo dalla conquista degli USA, l’ultimo posto (ed il più importante) del mondo occidentale che ancora non è ai vostri piedi. A dire il vero gli studenti liberals bianchi americani già pendevano dalle tue labbra, ma in questa ultima tournée anche i neri americani si sono accorti di te, e pazienza sa hai dovuto accettare di fare da gruppo spalla a band importanti ma lontanissime da te (come i Commodores).

Non importa, orma il il futuro è tuo. Oppure no.

Il 21 settembre del 1980 Bob Marley si trova al Central Park di New York, la sera prima si è esibito con i suoi Wailers  al Madison Square Garden, il concerto è stato un successo straordinario come tutte le tappe precedenti di questa lunga tournée americana. Questo ragazzo mulatto, figlio di una giovanissima giamaicana e di un bianco sessantenne di lontane origini ebree-siriane, ex- capitano della marina Inglese, si sta godendo una mattinata di relax correndo per il parco assieme al tour manager ed un altro paio di persone. Improvvisamente si ferma, le gambe cedono, cade a terra, sviene ed inizia a tremare, quando della schiuma bianca esce dalla sua bocca i suoi compagni iniziano a preoccuparsi sul serio, ma la crisi  passa in un attimo e Bob Marley si riprende subito.

Lui è Bob Marley, è un rastafari, è la persona vivente più vicina ad una divinità e si sente l’uomo più forte del mondo (non a caso ha appena avuto un figlio da miss Universo, mica miss Campobasso), ma il suo management lo obbliga ad una visita in ospedale e lui controvoglia ci va, in fin dei conti c’è una tournée da continuare. Quando arrivano i risultati delle analisi i dottori sono increduli, si stupiscono di come abbia potuto portare avanti un tour così faticoso, comunicano a quel ragazzo trentacinquenne che il suo corpo è invaso dalle metastasi, che per lui ormai non c’è più nulla da fare, gli restano qualche settimana di vita, forse un paio di mesi.

Ecco, immaginatevi a 35 anni, “in mezzo del cammin di vostra vita” con il mondo ai vostri piedi, con un futuro scritto su di un pavimento d’oro, per poi risvegliarvi “in una selva oscura” che vi sta per inghiottire.

Bob Marley non dice nulla alla band, ma quei musicisti, molti dei quali sono con lui da più di 10 anni, capiscono che qualcosa non va. Il 23 Settembre, un paio di giorni  dopo, è prevista la tappa a Pittsburgh, l’ennesima della tournée americana.

Il sound check che precede lo spettacolo, e che di solito prevede l’esecuzione di alcuni brani, questa volta si limita allo stesso brano ripetuto per oltre due ore: “I am hurting inside”, come ad esorcizzare il drago che lo sta divorando da dentro. Nei camerini viene comunicato alla band che la tournée finisce quella sera, quel concerto sarà l’ultimo in assoluto per Bob Marley.

Pochi mesi dopo sento la notizia della morte di Bob Marley dal telegiornale, mi ricordo di quel cantante perché il mio zio americano, in una delle sue visite, mi aveva portato dei vinili di musica “pop”, incluso “Kaya”, forse il più brutto dei suoi dischi, se pur con una copertina meravigliosa (come tutte quelle di Neville Garrick). Lo recupero confuso tra i dischi di mio padre, tra quelli degli Inti-Illimani e quelli di Nat King Cole, lo ascolto per la prima volta. E me ne innamoro.

In Strada Nova a Venezia, vicino a casa mia, c’è una bancarella di “napoletani” (anche se credo fossero veneziani quanto me) che tra altre cianfrusaglie vende audiocassette pirata, ovviamente ad una frazione del costo di quelle originali. Da loro compero la prima cassetta di Bob Marley, “Live”. Sono rassegnato alla bassa qualità di quel prodotto che, fino a quando anni dopo non mi procuro il vinile originale, credo che il fischio che si sente ad un certo punto del nastro sia dovuto ad un difetto della cassetta.  Dopo una settimana dico a mia madre che, con calma, mi comprerò tutti i dischi di Bob Marley, ed è una delle poche promesse che ho mantenuto, fra tutte la più facile, fra tutte la più sensata.

Per il mio tredicesimo compleanno chiedo ad una mia zia di regalarmi l’ultimo disco di Bob Marley, “Uprising”, mio padre guarda con curiosità alla mia nuova passione, non credo apprezzi molto, anche se da buon terzomondista in fondo la rispetta. Una volta che ho scartato il regalo, lui prende il vinile in mano, controlla il retro della copertina dove Marley è fotografato assieme a tutti i Wailers e per la prima e ultima volta commenta la mia scelta musicale, esclamando: “Ara che maraja!” (per i non veneziani: “Guarda che gentaglia!”).

La “maraja” ritratta sul retro di “Uprising”

Ma per quanto volessi bene a mio padre ascolto quel disco fino a quasi consumarlo, “Redemption song” è la prima canzone che imparo a memoria, e sono ancora convinto che tutti dovrebbero farlo.

“Emancipate yourself from mental slavery,
None but ourselves can free our minds”

Per trovare i vinili che mi interessano scandaglio tutti i negozi di Venezia, a volte mi spingo fino addirittura Mestre (come già scritto in questo vecchio post), quando mi trovo in una località qualsiasi finisco sempre in un negozio di dischi.

La mia passione non si limita ai dischi, una sera scopro che al cinema di Burano proiettano “Reggae Sunsplash”, un documentario di oltre 2 ore con Bob Marley e altri mostri sacri. Non ci penso due volte e attraverso la laguna (circa un ora e mezza tra andata e ritorno) per vederlo.

I miei amici conoscono la mia ossessione, al punto che sono loro stessi che si fanno avanti prima di partire per una vacanza, e se non sono loro a partire comunque mi avvisano. Come quando un mio amico mi dice che il compagno di classe di suo fratello sta per andare a Londra, io ho appena saputo dell’uscita di un disco di inediti, “In The beginning”, e ovviamente lo incastro.

Mi ricordo della consegna del vinile, ancora col cellophane, recuperato durante un’affollatissima inaugurazione al museo Correr di Venezia. Io seduto per terra in un angolo, indifferente al rumore e alla gente, ad ammirare la copertina in bianco e nero, mentre tutti gli altri mangiano tartine guardando i quadri sulle pareti.


Finiti i dischi è la volta delle biografie, delle magliette, dei libri illustrati, sempre recuperati girando negozi che ora non ci sono più. Poi ovviamente passo alle versioni in cd, ed in alcuni casi ricompero i vinili.

La mia cameretta ha le pareti ricoperte di suoi poster, dai quali fa capolino una fotografia di Beatrice Dalle (“grandissima” attrice) e il santino di Drazen “Praja” Dalipagic.

Bob Marley è sempre lì, a portata di mano, lo ascolto durante le giornate di pioggia, ci inciampo sopra nei giorni più tristi (come raccontato qui), altre volte lo cerco, e ogni anno l’11 maggio, anniversario della sua scomparsa, mi impongo di ascoltare almeno una sua canzone.

Raccolgo articoli, pezzi di giornale, fotografie strappate da riviste che compero solamente perché c’è Bob Marley in copertina.

Alla fine è strano a dirsi, ma delle centinaie di foto che ho visto di Bob Marley, quella che mi viene sempre in mente è quella che lo ritrae con al madre, intento a leggere la bibbia, nella clinica del dottor Issels. Sembra un passerotto ferito, smagrito in volto, minuscolo, con un enorme berretto di lana a coprire la testa ormai priva di dreadlocks.

Bob Marley con la madre Cedella mentre legge la bibbia.

In quelle condizioni, rinchiuso in una clinica sperduta nei monti bavaresi, sottoposto alle cure di un oscuro dottore tedesco, con la clessidra della propria vita che si sta svuotando velocemente, sembra un comune mortale, un uomo come gli altri, ma i suoi occhi sono gli stessi di sempre, forse meni sereni, ma non domi.

Oggi, che sono più vicino all’età che aveva sua madre in quella foto di quanto non sia a quella che aveva Bob Marley il giorno della sua morte, ancora non capisco come si riesca ad andare avanti quando le (piccole) apocalissi ci colpiscono, quando vorresti avere ancora una stanzetta tutta per te con i poster dei tuoi eroi a proteggerti ed a salvarti dai mali del mondo. Forse il segreto è nascosto in una delle strofe delle sue canzoni.

Per questo continuo ad ascoltarle.

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Andrea Vinci ha detto:

    My feet is my only carriage , and so I’ve got to push on through
    Oh, while I’m gone, everything’s gonna be all right

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    1. Il Poltronauta ha detto:

      😊 in this great future, you can’t forget your past!

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  2. m&m ha detto:

    Sfiorato di poco il concerto di San Siro… uno dei più grandi rimpianti

    Liked by 1 persona

    1. Il Poltronauta ha detto:

      Ci credo, penso sia stato uno di quegli eventi che che capitano 2 o 3 volte per decennio, a prescindere dai gusti musicali.

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