La storia di Guido, l’uomo che passò dai tabelloni alle mischie.

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“Puoi togliere un uomo dal campo da basket,
Ma non potrai mai togliere il campo da basket da un uomo.”

Il Poltronauta

Facciamo un gioco, io dico un nome, e voi pensate ad un personaggio famoso. Pronti? Il nome è “Bo”.

Ora, tutti quelli nati dal 1990 in su probabilmente staranno ancora brancolando nel buio, forse qualcuno avrà pensato a BoJack Horseman (il personaggio di una serie a cartoni animati). Per quelli nati tra il 1980 e il 1990 temo sia notte fonda, mentre per tutti quelli nati prima del 1980 (soprattutto se uomini) alla parola Bo viene in mente solamente una cosa, anzi, una donna: Bo Derek.

Bo Derek con le sue treccine bionde, con quegli zigomi patrimonio dell’Unesco e quella maglietta bagnata che le si incolla addosso quando in “Ten” (l’unico film di vero successo) esce dal mare.

Bo Derek adesso è una bella signora sessantenne, ma quando John Derek (playboy, regista/attore di film di serie B) la incontrò aveva solamente 16 anni, e lui 46. Era di una bellezza così irreale che John lasciò la moglie (Linda Evans trentaduenne, non Tina Pica) prese armi e bagagli scappò in Germania con lei (per evitare guai con la legge americana), e la fece oggetto di film sempre più vuoti e voyeuristici. Ma non è della bellissima Bo Derek e della sua inverosimile e triste carriera cinematografica che voglio parlare in questo post.

Bo Derek, direttamente da qualche pianeta extraterrestre.

Forse qualcuno fra di voi al mio interrogativo avrà risposto “Bo Jackson”, ed in effetti è proprio lui il co-protagonista di questo post.

Bo Jackson, il cui vero nome è Vince, nasce nel profondo sud degli Stati Uniti, in Alabama, nel 1962, ottavo di 10 figli. Generazioni di antenati schiavi, triste a dirsi, gli hanno regalato un DNA da super uomo, infatti fin da giovanissimo riesce a distinguersi in tutti gli sport, poi alle superiori inizia ad applicarsi al baseball, al football americano e all’atletica (per non sbagliarsi si dedica al decathlon). Ma è soprattutto nel baseball che primeggia, al punto che i New York Yankees lo selezionano a soli 20 anni, ma lui ha promesso alla madre che sarebbe stato il primo dei suoi figli a laurearsi, così si iscrive all’università dove effettivamente si laurea dopo 4 anni, durante i quali trova il tempo  di diventare la stella della squadra di baseball e di football, e persino ad ottenere eccellenti risultati nelle gare di Decathlon (ad esempio: 100 metri in 10.39, 206 cm di salto in alto, 7.52 di salto in lungo e 14.85 di salto triplo).

Finita l’università non sa decidersi se intraprendere la carriera pro nel baseball o nel football così, approfittando del fatto che i due campionati non si accavallano, decide di seguire entrambe le carriere. Per 5 anni gioca sia a baseball nei Kansas City Kings, che a football nei Los Angeles Raiders, fino a quando un infortunio all’anca (dislocazione del femore, pare rimesso a posto dallo stesso Jackson)  interrompe la sua carriera nel football, ma non quella nel baseball (anche se i Kansas lo tagliarono subito dopo)  che andrà a avanti altri 4 anni.

Bo Jackson al culmine della sua carriera è una specie di divinità d’ebano con un fisico esteticamente perfetto che non può sfuggire ai creativi della Nike, i quali realizzano uno spot su misura su di lui, con uno slogan tipo “Bo knows” ad accompagnare la fotografia qui sotto (per quanto sexy, fra i due Bo preferisco ancora l’attrice).

Foto del 1987 per la pubblicità Nike, Bo indossa le protezioni da Footbal e una mazza da Baseball. Per chi non l’avesse capito.

Oggi il buon Bo è un businessman leggermente imbolsito, ha messo a frutto sia i soldi della sua carriera da sportivo professionista che la sua laurea.  Resta ancora l’unico atleta al mondo ad aver giocato negli All Star Game di due sport professionistici.

Ma questa è una storia americana, dove tutto è possibile, anche che un discendente di schiavi diventi una superstar in due discipline sportive così diverse, in Italia queste cose non capitano, se non in minor misura. E di certo nessun atleta è mai riuscito a giocare in “serie A” di due sport differenti.

Beh, nessuno tranne uno, cioè il vero protagonista di questo post, Guido Barbazza di San Donà, l’uomo che dai tabelloni della Misericordia passò alle mischie nei campi fangosi di rugby.  Ricordiamoci però che si tratta di una storia italiana, un po’ buffa e un po’ tragica, e purtroppo senza lieto fine.

Guido Barbazza era un gigante anche da adolescente, ma alla sua imponente struttura fisica associava anche un’agilità inconsueta per la sua altezza. Nato nel gennaio del 1957, iniziò a giocare a basket relativamente tardi, a 13 anni, nelle fila della pallacanestro Sandonatese, ma bastò poco per farsi notare dagli osservatori delle maggiori squadre italiane. A spuntarla fu proprio la Reyer, sicuramente per vicinanza geografica, ma anche perché la Reyer dei primi anni ’70 era famosa per lanciare moltissimi giovani pescati soprattutto nel nord est (a differenza di oggi dove i giovani, passate le formazioni giovanili, si dissolvono come neve al sole).

A soli 15 anni arriva alla Reyer dove, oltre a giocare nei Cadetti, viene convocato di frequente in prima squadra dal Paron Zorzi, che di giovani in quegli anni ne lanciò parecchi. In quella Reyer giocava tra gli altri anche Lorenzo Carraro, poco più vecchio di lui, ma abbastanza per diventare una specie di fratello maggiore, dividendo con lui la stanza nelle trasferte e molto del tempo libero.

Guido è un ragazzo dal cuore d’oro, gentile quanto imponente, un ragazzo al quale è impossibile non voler bene, spesso e volentieri è oggetto di scherzi da parte dei suoi compagni, sempre però in modo fraterno, ma a volte è proprio lui che si mette in imbarazzo da solo, come quella volta che la Reyer affronta una trasferta in aereo, Guido è terrorizzato e dopo un paio di minuti di turbolenze, per nulla straordinarie, si mette ad urlare. “D** can, non voglio morire vergine!”.

Come giocatore però è uno che in campo si fa rispettare, sia sotto i tabelloni, dall’alto dei suoi 206 centimetri ma anche nel tiro da fuori, particolarmente buono vista la sua stazza.

Anche il pubblico della Misericordia lo adotta, in fondo è poco più che un ragazzino di campagna, e per questo gli vogliono bene, arrivano addirittura a dedicargli un coro, anche qui un po’ goliardico. Prendono quello che urlano a Giulio Dordei (altro gigante, nato a Damasco ma Triestino di adozione, indisciplinato e folle): “Giulio, Giulio, Sandokan!”, per farlo diventare “Guido, Guido, San Donà!”.

Nella stagione 1979/80 fatica a trovare spazio in prima squadra, così viene mandato a Chieti, in A2 ma qui un banale infortunio, erroneamente curato con il cortisone, inizia a trasformarsi in incubo. Guido, che ha sempre avuto il problema di mantenere il peso (nella Reyer, ad ogni preparazione atletica, lo facevano correre col kway e ogni tanto si fermava, apriva il kway e veniva giù una cascata di sudore) letteralmente si gonfia, diventa sempre meno agile, le sue movenze si fanno impacciate e prevedibili.

Scende ancora di categoria per giocare nel Pordenone, ma quel corpo, che da poco più che adolescente gli aveva permesso di calcare i parquet di serie A, ora è una muta da palombaro che gli imbriglia i movimenti. Sente che non riuscirà più a tornare quello di prima, e allora prende una decisione dolorosa e in apparenza folle, smette con il basket e decide di giocare a rugby nelle fila del Fracasso San Donà, squadra che milita nella maggiore serie italiana.

Nel rugby i suoi 206 centimetri fanno comodo, non serve l’agilità che nel basket è essenziale, bastano la tenacia e la forza, due fattori  che a questo gigante di poco più di 25 anni non mancano. Nelle touches e nelle mischie, Barbazza fa la differenza. Diventa una colonna della squadra e finalmente la sua stazza, che in qualche modo lo aveva allontanato dal mondo del basket, diventa un’arma quasi invincibile.

Puoi togliere un uomo dal campo da basket, ma non potrai mai togliere il campo da basket da un uomo. Così, pur di rimanere vicino a quel mondo si mette a fare l’allenatore dei ragazzini di minibasket.

Guido Barbazza in alto a sinistra con la canottiera nr 14 , seduti in prima fila sua maestà Lorenzo Il Magnifico Carraro e Giovanni Nane Grattoni (maglietta de Il Poltronauta autografata a chi indovina tutti gli altri)

Fine Estate 1986, una serata qualunque, Guido sta tornando da un allenamento a bordo del suo motorino, che a vederlo con lui sopra sembra poco più grande di un triciclo, arriva ad un incrocio, un momento di distrazione o la stanchezza, la testa leggera di un uomo felice,  oppure tutte queste cose assieme causano l’incidente che lascia sulla strada il gigante buono. Questa volta però non è un infortunio curato male, od una mischia più dura del solito. Guido Barbazza non si alzerà più, non ci saranno più allenamenti, cori o scherzi per lui.

Il comune di San Donà deciderà di intitolargli il Palasport cittadino, almeno così il suo nome sarà ricordato per sempre.

Un paio di anni fa, nella prima intervista rilasciata da Sua Maestà Lorenzo Il Magnifico Carraro dopo anni di silenzio, alla domanda su quale fosse il compagno di squadra nella sua carriera ventennale al quale era più affezionato, Lorenzo, che durante quell’intervista si era sempre preso qualche secondo per rispondere, dice senza esitazione: “Guido Barbazza”, e per un attimo il suo sguardo sembra sospeso, perso in qualche posto lontano da quella stanza. Ricorda di come fosse diventato una specie di fratello maggiore per quel ragazzino di paese, di come Guido venisse bonariamente preso in giro, ma di come fosse ben voluto da tutti.

Poi racconta una cosa sorprendente. Se Barbazza non aveva dimenticato del tutto il basket, nemmeno il basket si era dimenticato di lui, e per basket si intende Lorenzo Carraro, che dopo la Reyer aveva portato la sua dote fatta di grazia e di punti alla corte di Tanjevic, in quel di Caserta, e poi aveva deciso di chiudere la sua carriera in un’altra squadra che da li a poco avrebbe fatto la storia del basket italiano, cioè Siena.

Lorenzo non si era mai rassegnato nel vedere il talento di quella specie di fratello minore “sprecato” nel rugby, sapeva che Guido avrebbe dovuto avere un’altra possibilità, forse seguito da un’equipe di specialisti e con un po’ di disciplina avrebbe ritrovato la forma e l’agilità del passato.

Ed è di questo che parla a Guido sempre più spesso, non solo, Lorenzo continua ad avere ottimi rapporti nel mondo del basket  (a parte in nazionale, dove si fermò a 99 presenze e nessuno mai gli permise di giocare la nr 100), così convince Tanjevic a dare al gigante di San Donà una possibilità.

Tutto è pronto, il provino si farà, ma una settimana prima, a bordo del suo motorino, Guido a nemmeno 30 anni, scoprirà che qualcuno aveva già disegnato un destino diverso per lui.

Finito il racconto Carraro si ferma, i suoi occhi grigi sono quasi lucidi, a guardarlo capisci che quel ricordo gli fa ancora male. Ci sono grandi Uomini e grandi giocatori di basket, e Lorenzo è entrambe le cose.

Fino alla fine però la storia di Barbazza, assieme a quelli della tragedia, avrà i colori dello scherzo buono, quasi goliardico. Davanti alla folla silenziosa accorsa a dare l’ultimo saluto (all’epoca non c’era l’abitudine fastidiosa di applaudire), all’uscita del duomo dove si sono celebrati i funerali, uno dei suoi compagni che portava il feretro sulle spalle scivola, quasi cade,  e  istintivamente si lascia scappare un “saluto” veneto a nostro signore. Momento di imbarazzo tra i presenti e poi risate trattenute a stento

Va remengo Guido, gigante buono, che fino all’ultimo sei riuscito a strapparci un sorriso.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. mazdegan ha detto:

    Ho avuto il piacere di conoscerlo anch’io. Ricordo ancora alla Palestra Grandolfo dove ora sorge il Centro commerciale “MEGA”. Condivido che l’applaudire ad un rito funebre, indipendentemente della figura della persona scomparsa, è fuori luogo. Esistono altre manifestazioni d’affetto e di vicinanza.

    Piace a 1 persona

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