Stalker

It is so quiet out here, it is the quietest place in the world.
Stalker – Andrei Tarkovskij

Me ne accorsi un pomeriggio, per sbaglio. Al buio sentii dei colpi sordi, regolari, come un battito di un cuore gigantesco. Un rumore di fondo abbastanza forte da non passare inosservato, ma non troppo da essere invadente. Bisognava prestarci attenzione, ma una volta scoperto diventava piuttosto irritante, come il rumore che fa il frigorifero.

Me ne stavo seduto su una delle scomode sedie di legno del Cinema Accademia, il cui comfort era fermo agli anni ’50, quel cinema di Venezia però svolgeva il proprio compito con dignità, offrendo pomeriggi indimenticabili a cinefili, studenti, pensionati e perditempo (spesso ruoli tutti concentrati in un’unica persona).
Ero al terzo pomeriggio di una rassegna dedicata a due maestri del cinema russo ( o meglio, sovietico) di ieri e di oggi (adesso dell’altro ieri e di ieri). I primi due pomeriggi li avevo passati a “godermi” le proiezioni di un film di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn seguito da uno di Andrei Tarkovskij. Ammetto che il secondo film, in entrambi i casi, era risultato fatale per la mia tenuta psicofisica, finendo per farmi crollare molto prima dei titoli di coda, il che aveva fatto maturare in me l’idea che i film del compagno Tarkovskij fossero una palla insostenibile.

La mia teoria fu smentita quel pomeriggio, quando iniziai la rassegna partendo dal film di Tarkovskij e guardando quello di Ėjzenštejn come secondo, infatti il colpo di narcolessia mi colpì a metà di questo secondo film, (non mi ricordo il titolo), a conferma che il problema non era l’autore, ma semplicemente la quantità di cinema sovietico che il mio organismo poteva assorbire, senza crollare, nell’arco di un pomeriggio.

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Una scena di “Stalker”, giusto per farsi un’idea.

Comunque, me ne stavo li, a guardare “Stalker”, e quasi quasi ci capivo qualcosa.
C’erano due tipi che entravano in una specie di zona proibita, accompagnati da una guida illegale, uno “Stalker” appunto, che procedeva in quella specie di giungla desolata orientandosi grazie a lanci di sassi a casaccio (se non mi ricordo male). Come se solamente questo gesto poetico potesse guidare gli uomini attraverso l’impervia terra misteriosa (metafora della vita?), o almeno così mi pareva.
Il tutto veniva accompagnato da “acqua” in pieno stile Tarkovskij: pozzanghere, piccoli ruscelli, acqua che scendeva lentamente dai muri.
Poi all’improvviso mi accorsi di quei tonfi, quel rumore sordo che echeggiava debolmente al buio, proveniente da un punto imprecisato sulla destra dello schermo, un inspiegabile fenomeno che continuò per tutto il pomeriggio.

Riuscii a sopravvivere all’intera rassegna sul cinema sovietico, e facendo parte di almeno tre delle categorie di frequentatori (no, non ero il pensionato), tornai molte altre volte in quel cinema.
Purtroppo però le proiezioni continuarono ad essere disturbate da quei colpi sordi, che iniziavano sempre verso il tardo pomeriggio, per poi improvvisamente sparire.
Come era prevedibile, il cinema Accademia ad un certo punto chiuse, e quella dozzina di perditempo che ci ronzava attorno fu costretta ad inventarsi qualche altro hobby.

accademia
Abbonamento Cinema Accademia (usato)

Mesi dopo me ne stavo a Los Angeles a fare il factotum nella cucina di un ristorante italiano, circondato da amorevoli messicani.

L’aiuto cuoco (all’epoca la parola chef si usava con parsimonia) era un messicano enorme, di nome Salvador, con baffo di ordinanza e un grembiule così unto che ci misi un paio di settimane per capire che non era di tela cerata.

Parlava l’inglese del messicano immigrato dei film, con un vocabolario da mariachi brillo, ad eccezione della frase “I beg you perdon” che ripeteva, con perfetto accento british, ogni volta che non capiva qualcosa, cioè abbastanza frequentemente.

In quanto factotum mi capitava di coprire i vari buchi dello staff, un giorno fui assegnato al frigorifero, dovevo cioè recuperare dalla cella frigorifera gli ingredienti che di volta in volta mi chiedeva Salvador.
La comanda appena arrivata era per un piatto di scaloppine al marsala, presi un pezzo di vitello, ne tagliai alcuni cubetti che passai al gigante messicano e riposi il resto in frigorifero.
Fu in quel momento che sentii il tonfo, quel rumore sordo così simile a quello che avevo sentito al cinema Accademia anni prima, mi girai e vidi Salvador con il batticarne assottigliare i cubetti di vitello trasformandoli in scaloppine, ed ebbi un’epifania.

Adiacente allo schermo del cinema c’era la cucina di un ristorante, i rumori, che avevano accompagnato gran parte dei film, visti seduto su quelle scomode sedie di legno, erano pezzi di carne di vitello che diventavano scaloppine.
Avevo dovuto attraversare mezzo mondo per risolvere un enigma che mi assillava da anni, il tutto casualmente.

“Non ci posso credere, tutto questo tempo, e alla fine si trattata di scaloppine…” esclamai a voce alta, come da pronostico Salvador mi guardò e sfoderò il suo classico “I beg you perdon?”.

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