Piccole apocalissi

Take a look at the lawman
Beating up the wrong guy
Oh man, wonder if he’ll ever know
He’s in the best selling show
Is there life on Mars?

Life on Mars – David Bowie

(per la lettura consigliata la versione di Seu Jorge)

Mentre scrivo questo post ci sono tre piccoli robot, tre rover per essere precisi, che stanno fotografando e misurando la superficie di Marte: gli americani Curiosity (che è sul pianeta rosso da quasi 10 anni) e Perseverance (“atterrato” su Marte il 18 Febbraio 2021 dopo quasi sette mesi di viaggio), e il cinese Zhurong.

Esatto, persino la Cina dove, come sottolineava uno statista di fama mondiale, il presidente della regione Veneto Luca Zaia, “mangiano topi vivi”, è riuscita a mandare un suo robottino su Marte, ammesso che tutto quello che il governo cinese dice sia vero, ovviamente.

Il punto è che nel 2021 riusciamo a ricevere dati e immagini da strumenti che noi abbiamo fatto atterrare sulla superficie marziana senza farli rompere, teleguidandoli a milioni di kilometri di distanza con una precisione di millimetri. Perciò, se qualcuno di voi si sente soddisfatto per sapere come si dice il passato remoto di esigere, credo che dovrebbe rivedere la propria scala di valori.

Il selfie di Curiosity

Nella mia vita ho scattato centinaia di fotografie, moltissime con pellicola. Qualcuna è pure venuta bene, ma da qualche anno provo una certa repulsione per le immagini, forse perché semplicemente il mio cervello ne ha fatto overdose.

Come molti, anche io sono continuamente sollecitato da fotografie di tutti i tipi. Da quelle di pietanze che prima di essere commestibili devono essere fotogeniche, da quelle di tramonti dai colori psicadelici, oppure da riproduzioni di glutei che nemmeno Canova sarebbe riuscito a scolpire così perfetti.

Non so voi, ma alla fine tutte queste cose stupefacenti non mi stupiscono più, non mi emozionano più, probabilmente perché sono immagini vuote, senza una storia dietro, o almeno una storia degna di essere raccontata.

Per questo le distese sassose dei deserti rossi di Marte, la loro desolazione, mostrata per la prima volta con una qualità quasi terrestre dalla fotografie inviate dal rover Curiosity, sono ancora delle foto che mi emozionano.

Immaginate per qualche secondo di esseri lì con quei rover, e sentire il vento marziano soffiarvi addosso minuscoli granelli di sabbia rossa. Immaginate di passeggiare aspettando la notte per poter vedere lontanissimo nello spazio il nostro pianeta azzurro, e di pensare che dimenticarsi il cavo per ricaricare l’iPhone sulla Terra, non è stata una grande idea.

Anche perché, quando va bene, Marte dista circa 54 milioni di kilometri da qualsiasi città del mondo, anche da Rovigo (lo so, pure dalla Terra Rovigo non sembra tanto più vicina). E quando va male la distanza arriva fino ad oltre 400 milioni di kilometri, per farla semplice 22 minuti circa se il vostro mezzo di trasporto corre alla velocità della luce, oppure 1270 anni se usate un monopattino elettrico.

Dunque, e questo lo scrivo per i posteri, quando fra un paio di secoli finalmente ci saranno colonie di esseri umani su Marte, invito tutti i terrestri in partenza a preparare i bagagli con molta attenzione, ricordandosi del cavo per caricare lo smartphone prima di chiudere le valigie.

Qualcuno dirà che spendere una manciata di miliardi per avere delle fotografie in 4K della superficie marziana non ha molto senso, soprattutto con tutti i problemi che ancora affliggono l’umanità. Specialmente in questo ultimo biennio (2020-21, sempre a beneficio dei posteri), che per molti ha rappresentato il momento più vicino all’apocalisse, un periodo storico dell’umanità dove un piccolo virus ha mietuto centinaia di migliaia di vittime.

Non in Cina, dove i dati ufficiali del simpatico governo cinese fermano a 4.636 il totale dei decessi, per questo nel post troverete solamente fotografie della Nasa, non me ne vogliano gli amici di Pechino, ma ho l’impressione che le loro dichiarazioni non siano sempre così affidabili.

Estratto dalla graphic novel “Signal to noise”

Agli inizi degli anni ’90 il duo Neil Gaiman/Dave McKean pubblica una straordinaria Graphic Novel, “Signal to Noise”, che racconta l’ossessione di un regista per il suo nuovo progetto, un film sulla fine del mondo, l’apocalisse (da Wikipedia: Il termine apocalisse deriva dal greco apokálypsis (ἀποκάλυψις), composto di apó (ἀπό, “da”, usato come prefissoide anche in apostrofo, apogeo, apostasia) e kalýptō (καλύπτω, “nascondo”, come in Calipso), significa un gettar via ciò che copre, un togliere il velo, letteralmente scoperta o disvelamento, rivelazione). Suggestionato dall’arrivo del 2000, il regista immagina un film ambientato in un villaggio nel 999, dove gli abitanti aspettano il nuovo millennio, con il timore che l’anno 1000 porterà con sé l’apocalisse. Quando al regista verrà diagnosticato un male incurabile tutto si ridurrà ad un evento molto più importante, la sua “personale apocalisse”.

La storia è forse più cupa di quelle scritte normalmente da Gaiman, invece la grafica e i disegni sono tra i punti artistici più alti mai prodotti da quel genio di McKean.

There’s no big apocalypse. Just an endless procession of little ones. – Signal to Noise

Mentre grazie al Covid la Terra sembrava conoscere, o almeno assaporare, una specie di armageddon, una (quasi) apocalisse privata mi ha sfiorato, perciò ho deciso che forse era arrivato il tempo di farmi qualche esame medico.

Eccomi dunque dal mio dottore di base, quello che una volta si chiamava “dottore della mutua”. Dopo i soliti convenevoli gli racconto di questi linfonodi, lui li controlla e mi ordina esami approfonditi, dice di non preoccuparmi, ma dalla sua faccia capisco che sarebbe un pessimo giocatore di poker.

Ad un certo punto della sua vita, mio padre decise che avrebbe dovuto acquistare in edicola “L’enciclopedia medica”, che usciva in comodi fascicoli settimanali. Per i primi mesi, accusò sintomi di malattie stravaganti, sempre in ordine alfabetico, fino a quando si limitò a ritirare il fascicolo dall’edicolante di fiducia, preferendo leggere “La Settimana Enigmistica”. Una volta rilegati, tutti i fascicoli furono sistemati in un armadio nel pianerottolo, per poi sparire del tutto. Mi sarebbero tornati utili adesso, ma rimedio commettendo il più classico degli errori, quello di cercare informazioni on line, e per un attimo sento l’armageddon più vicino.

Il mio medico mi prescrive due visite. La prima è un’ecografia che riesco ad ottenere nel giro di una settimana.

Appena l’infermiera, una ex milf ad un passo dalla pensione, ha finito di prepararmi per l’esame, arriva il dottore, un tipo sui trenta, pugliese, sembra abbia un’ottima giornata. Fa una specie di radiocronaca mentre passa la sonda sui linfonodi. Mi dice che sono reattivi a qualcosa, non sa a cosa ma comunque è una buona notizia, come una buona notizia è il fatto che siano simmetrici.

Tra me e me, penso che la cosa della simmetria sarebbe addirittura un’ottima notizia, se i miei linfonodi fossero iscritti alla prossima gara di nuoto sincronizzato alle Olimpiadi di Tokyo, ma comunque non mi faccio prendere da facili entusiasmi.

Finito l’esame siamo tutti più felici, l’ex milf mi sorride mentre mi passa della carta per togliermi il gel in eccesso. Dura qualche attimo, ma l’idea di una donna che mi sorride mentre tolgo della roba appicicaticcia dai miei addominali (potevo dire pancia, ma addominali è molto più sexy) mi riporta a galla scene della mia vita che, purtroppo, non capitano con la frequenza che vorrei.

Coppia di galline razza “moroseta bianca” (purtroppo non quelle del San Camillo)

La seconda visita è il mio esordio nel mondo dell’urologia.

Il primo posto disponibile è al Lido di Venezia, presso l’ospedale San Camillo, una struttura ferma agli anni ’70, in tutto (o quasi). A partire dal giardino antistante il poliambulatorio, arredato con delle panchine in simil legno grezzo.

Tra gli alberi scorgo una specie di casetta, avvicinandomi scopro che si tratta di una gabbia gigantesca, e dentro la gabbia ruzzolano, come niente fosse, una coppia di galline bianche, razza “moroseta bianca”. Cosa ci facciano in un ospedale al Lido di Venezia non mi è chiaro, ma non importa, sono qui per ottenere altre risposte.

Lascio le galline al loro destino ed entro nel poliambulatorio. Dopo aver aspettato 5 minuti seduto su di una panchina in formica azzurra di fronte alla porta del suo studio, il dottore mi fa entrare.

Credo sia molto vicino alla pensione, mi dà l’idea che debba essere arrivato in quel posto assieme alla panchina azzurra, quel che è certo è che oggi non sembra particolarmente felice. Controlla l’esito dell’ecografia, conferma a voce alta la buona notizia della simmetria, e io penso di nuovo alle olimpiadi di Tokyo.

Mi chiede di accomodarmi sul lettino per un controllo della prostata, e mentre indossa un guanto con una certa nonchalance, capisco le sue intenzioni. Questa volta la mia mente non va in Giappone, ma su Marte, penso che nel 2021 riusciamo ad avere fotografie in tempo reale dal pianeta rosso, ma per controllare una prostata continuiamo ad infilare dita in culo alla gente.

Il dottore mi dice con accento brasiliano: “Rilassati bello, sarà più facile per entrambi”, in realtà dice semplicemente di stare rilassato, il “bello” e l’accento brasiliano me li immagino io, giusto per allentare la tensione.

Mi rivesto, il vecchio dottore sembra deluso, dice che è tutto a posto, ma aggiunge, con un accenno di disappunto, che alla mia età è il caso di farmi controllare di frequente. Lo vedo mentre scrive il referto e un po’ lo compatisco, chissà se durante le notti insonni passate a studiare per gli esami all’università, s’immaginava tutta una carriera ospedaliera ad infilare dita negli orifizi di uomini sconosciuti. Vorrei quasi dirglielo, ma non mi sembra il caso di far irritare un uomo che fino a qualche istante fa mi teneva, letteralmente, per le palle.

Torno dal mio dottore di base, legge tutti i referti, inclusi i risultati degli esami del sangue, lo vedo sconsolato, ammette che non ha la minima idea di che cosa io possa avere. Mi ordina altri esami, ma non sembra preoccupato, io nemmeno, vedremo il futuro che dirà.

Probabilmente si risolverà tutto, ma se davvero si dovesse trattare di una vera e propria malattia spero sia qualcosa di raro, così raro da prendere il mio nome, tipo “il morbo del Poltronauta”. Un’infezione rara che ti costringe a continuare ad amare la tua ex, anche se lei ormai non si ricorda nemmeno più come ti chiami, una condizione particolare degli organi interni che ti fa tifare sempre per le minoranze, per gli sfigati, che ti fa piangere ogni volta che ascolti Jeff Buckley e che ti impedisce di vincere un’elezione.

Magari a voi, lettori del futuro che leggete questo post da Marte, il “morbo del Poltronauta” non vi fa più nemmeno paura, sarete lì vaccinati, a guardare il tramonto marziano, sicuramente con l’iPhone scarico, perché anche nel futuro le batterie non durano neanche una giornata.

Orizzonte marziano fotografato dal rover Perseverance

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